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Meta e Microsoft tagliano posti di lavoro mentre sale il conto dell’AI

5 min di lettura
Meta e Microsoft tagliano posti di lavoro mentre sale il conto dell’AI

Cosa è successo

Meta ha comunicato ai dipendenti che il 20 maggio licenzierà circa 8.000 persone, pari al 10% dell’organico, e cancellerà altre 6.000 posizioni aperte. Nel memo interno, la chief people officer Janelle Gale lega la mossa alla necessità di rendere l’azienda più efficiente e “compensare” gli altri investimenti in corso. Il conto dell’AI passa anche dal costo del lavoro.

Il conto, del resto, continua a salire. Dopo i 72,2 miliardi di capex del 2025, Meta prevede per quest’anno una spesa tra $115 e $135 miliardi, destinata in larga parte a data center, chip, infrastruttura e talenti per il nuovo Superintelligence Lab. Nello stesso giorno, Microsoft ha annunciato il primo programma di uscita volontaria della sua storia recente, rendendo eleggibile circa il 7% dei dipendenti americani: fino a 8.750 persone, selezionate con una “Rule of 70” — età e anni di servizio devono sommare almeno 70 — e solo tra i profili da senior director in giù, esclusi quelli legati ai piani incentivanti di vendita.
La forma è più morbida rispetto a un licenziamento, ma il contesto è simile: data center AI, pressione sui margini, riorganizzazione attorno a Copilot e bisogno di alleggerire una macchina diventata troppo pesante per il ritmo della nuova corsa.

Perché è importante

Qui serve precisione. Le fonti non dimostrano che gli 8.000 lavoratori licenziati da Meta siano già rimpiazzabili da agenti software, né che i 6.000 ruoli cancellati avrebbero avuto tutti un equivalente artificiale pronto all’uso. Dimostrano però che l’aspettativa di produttività futura è diventata sufficiente a muovere scelte presenti, tra tagli, blocchi alle assunzioni, uscite volontarie, ridisegno dei team e nuove metriche di performance.

  • Meta e Microsoft stanno iniziando a trattare lavoro umano e compute come due voci della stessa allocazione strategica. Stipendi, stock compensation, manager, livelli intermedi e recruiting competono con GPU, data center, energia, ammortamenti e talenti AI pagati a cifre lunari. Se la spesa infrastrutturale esplode e gli investitori chiedono dove siano i ritorni, il lavoro white-collar diventa una delle linee più comprimibili.
  • Per Meta, il legame è quasi dichiarato. I tagli arrivano mentre Zuckerberg insiste sulla costruzione della “personal superintelligence” per miliardi di utenti, dopo aver riorganizzato pezzi dell’azienda attorno all’AI, introdotto l’uso degli strumenti nelle performance review, creato team più piatti e spinto sull’idea che progetti un tempo affidati a grandi gruppi possano essere portati avanti da una singola persona molto capace. Nel frattempo un nuovo programma interno registra keystroke, movimenti del mouse e click dei dipendenti per addestrare agenti capaci di usare il computer. Andrew Bosworth, CTO di Meta, ha riassunto la traiettoria senza troppi giri di parole: gli agenti faranno una parte crescente del lavoro, mentre agli umani toccherà indirizzarli, revisionarli e migliorarli.

Le 6.000 posizioni aperte sono persino più istruttive dei licenziamenti. Un layoff fotografa ciò che l’azienda decide di togliere dall’organigramma attuale; un ruolo non riempito indica ciò che non crede più necessario comprare sul mercato. Sono sedie vuote, quindi meno rumorose; ma misurano la domanda futura di lavoro con una freddezza quasi migliore.

In Microsoft il programma è volontario, rivolto a profili lunghi e costosi, accompagnato da modifiche al sistema di premi e stock per dare ai manager maggiore flessibilità sui performer più forti. Anche qui, però, la logica è quella di una ritaratura: meno peso organizzativo dove l’AI promette di comprimere coordinamento, documentazione e middle management; più capitale dove servono infrastruttura, modelli proprietari, Copilot, talenti. La differenza è di temperatura, non di direzione.

E adesso?

  • Il prossimo test sarà finanziario prima ancora che tecnologico. Se il mercato premierà questi tagli come disciplina necessaria a sostenere la corsa AI, altre aziende avranno un incentivo piuttosto chiaro a seguire il medesimo playbook: ridurre organici, congelare ruoli, svuotare livelli intermedi, reinvestire in compute e raccontare il tutto come trasformazione operativa. Alcune lo faranno perché l’AI produce davvero efficienze; altre perché l’AI offre una giustificazione elegante a decisioni che sarebbero state prese comunque, per via di overhiring fatti in passato o altro. Distinguere le due cose diventerà sempre meno banale.
  • Il rischio, per le aziende stesse, è tagliare davanti alla prova. Gli agenti stanno migliorando rapidamente, ma istituzioni grandi come Meta e Microsoft non funzionano solo perché qualcuno scrive codice o produce documenti. Funzionano anche per memoria interna, coordinamento informale, esperienza accumulata, attrito umano che spesso rallenta — e a volte evita — decisioni stupide. Se la promessa di produttività corre più veloce della produttività reale, il conto potrebbe ripresentarsi sotto forma di prodotti peggiori, organizzazioni più fragili e competenze disperse.
  • Per chi lavora nel perimetro del lavoro cognitivo, il segnale è meno spettacolare ma più concreto di una profezia sull’occupazione distrutta dall’AI. Prima ancora di sostituire davvero intere funzioni, l’AI sta già cambiando quanto le aziende sono disposte a pagarle, riempirle e difenderle. Il lavoro, da motore della crescita software, sta diventando una riserva da cui finanziare la prossima infrastruttura. Non proprio una transizione morbida.

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