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Medio Oriente 2026: l’America plasma l’ordine regionale, ma senza una strategia coerente
Cosa è successo?
Secondo il commento di Center for Strategic and International Studies (CSIS), The Trump Administration’s Middle East Policy: Shaping an Emerging Regional Order, la seconda amministrazione Trump ha riportato il Medio Oriente al centro della politica estera statunitense, ma in modo fortemente transazionale e disallineato. Tre decisioni sono decisive: attacchi diretti agli impianti nucleari iraniani (Operazione Midnight Hammer), prima azione militare USA su larga scala contro l’Iran in quasi 40 anni; rimozione delle sanzioni alla Siria e normalizzazione con il governo di transizione, che ha sbloccato investimenti del Golfo per miliardi di dollari; sostegno quasi incondizionato alle politiche israeliane su Gaza, inclusa la gestione restrittiva degli aiuti umanitari.
Perché è importante?
Queste scelte stanno ridefinendo l’ordine regionale, ma in modo instabile. Sull’Iran, Washington ha aperto simultaneamente uno spazio per la negoziazione e un rischio di escalation nucleare. In Siria, la rimozione delle sanzioni ha accelerato la ricostruzione e il rientro degli attori arabi, ma senza garanzie di inclusività politica. Su Gaza, l’assenza di pressione USA su Israele ha aggravato la crisi umanitaria, incrinando i rapporti con partner chiave come l’Arabia Saudita. Il risultato è una regione dove la potenza militare avanza più rapidamente della diplomazia.
E adesso?
L’insight centrale del report CSIS è che l’amministrazione Trump sta plasmando l’ordine mediorientale “per default” più che per disegno strategico. Senza investire capitale politico su de-escalation, governance e coordinamento con gli alleati regionali, le aperture create (Iran indebolito, Siria riaperta, nuovi equilibri arabi) rischiano di trasformarsi in nuovi cicli di conflitto. Per i decisori occidentali, il Medio Oriente del 2026 non chiede più solo deterrenza, ma coerenza strategica tra uso della forza, diplomazia e stabilizzazione.