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Le misure UE contro il caro energia

3 min di lettura

Cosa è successo

La crisi sullo Stretto di Hormuz ha innescato una serie di effetti a catena che potrebbero avere effetti sul prezzo finale dell’energia per le aziende e i consumatori europei.
Per questo la Commissione ha proposto una serie di misure che possano rafforzare la capacità di resistenza UE a questi tipi di shock.
In particolare le misure di maggiore rilievo proposte dall’UE sono:

  • Misure immediate e flessibilità fiscale così da abbassare il carico fiscale sull'elettricità e rimuovere gli oneri non energetici dalle bollette, per rendere l'energia elettrica più competitiva rispetto ai combustibili fossili.
  • L’avvio di un piano di sussidi (CISAF), che di fatto rende possibile agli Stati membri erogare aiuti diretti alle industrie energivore più colpite attraverso il quadro temporaneo di crisi e transizione (cosa che, se attuata, consisterebbe in una deroga importante rispetto alle policy fin qui attuate dall’UE rispetto ai cosiddetti aiuti di Stato, sino ad oggi radicalmente vietati).
  • La reintroduzione di un Price Cap, con l'introduzione di un tetto al prezzo del gas per limitare i picchi di costo causati dall'instabilità geopolitica, sul modello di quanto fatto nel 2022.
  • La riforma del mercato del carbonio (ETS): si tratta di un elemento chiave, perché, nonostante Paesi come l’Italia chiedano da tempo la sospensione o la revisione del sistema che obbliga le aziende a ‘pagare’ per le emissioni, la Commissione lo ha confermato, ritenendolo (a buon titolo, in base ai dati di riduzione delle emissioni ottenuti dopo l’introduzione degli ETS) il pilastro della decarbonizzazione UE.

Allo stesso tempo, però, la Commissione intende adottare parametri aggiornati che tengano conto delle necessità di competitività del settore industriale europeo, nell'ottica di quella che von der Leyen ha definito decarbonizzazione "realistica", ossia in grado di bilanciare gli obiettivi climatici con la tenuta economica, suggerendo una maggiore flessibilità nel ritmo di riduzione dei permessi gratuiti alle imprese.

Perché è importante

Perché dal 2022 in poi l’energia si è rivelata sempre più una questione strategica per l’UE. La guerra del 2022 ha dato grande impulso alla decarbonizzazione dell’UE rendendo evidente quanto la conversione dell’UE alla produzione di energia da fonti rinnovabili fosse un imperativo economico e strategico prima ancora che ambientale. Nonostante questa evidenza, però, il tema è divenuto oggetto di una forte polarizzazione politica e, anzi, nel tempo, la narrazione secondo cui la transizione energetica sarebbe deprimente per l’economia (perché troppo costosa) ha preso talmente tanto piede che oggi i gruppi cui afferisce la maggior parte di negazionisti climatici è la terza, all’interno del Parlamento europeo, in un quadro in cui, però, la decarbonizzazione non ha smesso di essere un asset strategico. Asset non completamente risolto, poiché la non completa transizione dell’UE continua a esporci a problemi di dipendenza di approvvigionamento di materie prime fossili. La decisione di von der Leyen di allentare alcune regole UE, come quella sugli ETS o quella sugli aiuti di Stato per fare fronte alla contingenza di queste settimane, è da un lato sintomatica dell'incompiutezza del processo di transizione, dall’altro dell’obsolescenza storica dei sistemi fossili.

E adesso?

Molto di quel che succederà all’energia europea dipenderà da quello che succederà a Hormuz e dintorni. Se la guerra dovesse arrivare a una sospensione e il canale venire riaperto, verosimilmente, la situazione potrebbe tornare lentamente alla normalità e le misure decise dalla Commissione rientrare. Se invece, come probabile, la guerra dovesse protrarsi ancora e lo stretto restare bloccato, la transizione UE si farebbe sempre più urgente e mandatoria. Ma sarebbe più difficile perché gli sforzi infrastrutturali necessari a completarla dovrebbero essere compiuti in un quadro di energia carente e costosa.

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