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La riapertura del valico di Rafah segna solo parzialmente un punto di svolta
Cosa è successo?
Dopo più di un anno di chiusura, Israele ha riaperto il valico di Rafah, principale via di accesso alla Striscia di Gaza. La riapertura, che è parte dei 20 punti del piano di pace di Donald Trump, si presenta allo stesso tempo come un grande passo avanti nella normalizzazione della situazione a Gaza, e come un'ulteriore ragione di frizione e di possibile incidente tra Hamas e Israele.
Questo perché è vero, sì, che da oggi sarà di nuovo possibile entrare e uscire da Gaza. Ma è vero anche che le condizioni saranno molto stringenti: il confine sarà aperto solo ai palestinesi che entrano ed escono a piedi e solo dopo l'approvazione delle autorità di sicurezza israeliane ed egiziane. Non più di 50 sfollati palestinesi potranno entrare a Gaza e non più di 150 palestinesi potranno uscire ogni giorno. Numeri estremamente esigui se si considera che, secondo Reuters, “Circa 100.000 palestinesi sono fuggiti da Gaza nei primi mesi della guerra e molti stanno cercando di tornare per riunirsi alle famiglie, anche se ciò significa vivere tra le rovine delle loro case e città distrutte. Si stima inoltre che ci siano anche circa 20.000 pazienti palestinesi che cercano di lasciare Gaza per cure urgenti”.
Perché è importante?
Perché, una volta messo in cassaforte la parte più evidente e urgente del cessate il fuoco, ossia la fine dei bombardamenti su Gaza e la restituzione degli ostaggi (l’ultimo corpo è stato restituito lunedì), occorre realizzare il resto del piano di pace, che comprende, tra gli altri, l’avvio di un governo di transizione a Gaza, il disarmo e lo smantellamento di Hamas, l’ingresso copioso e costante di aiuti all’interno della Striscia e l’insediamento di una forza di pace internazionale.
L’attuazione di questo piano, però, risulta difficile.
In primo luogo non è ancora chiaro come e se il disarmo e lo smantellamento di Hamas potranno attuarsi, come e se il governo di transizione potrà insediarsi e come e se gli aiuti, data la profonda crisi umanitaria nella Striscia, potranno riprendere a un ritmo sufficiente.
Oltre a questo, occorre dire che all’interno della maggioranza di governo di Israele il piano di pace non è ben visto e anzi, numerose voci dell’estrema destra che sostiene Benjamin Netanyahu spingono per riprendere la guerra. Per questo si teme che una gestione così complessa del valico di Rafah possa portare, nell’attuale piano di incertezza, a incidenti che possano essere forieri di una ripresa della guerra.
E adesso?
Il cessate il fuoco resta fragile: dal suo avvio, attacchi israeliani hanno causato almeno 500 morti a Gaza, con solo 16 giorni privi di attacchi. La riapertura non garantisce pace stabile e rischia incidenti che riaccendano il conflitto, data l'opposizione israeliana al piano. Si teme che restrizioni e controlli creino attriti, mentre il rispetto intermittente degli accordi complica la ricostruzione e l’avvio di un reale e credibile processo di normalizzazione.