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La procura di Taiwan perquisisce gli uffici di Supermicro nell'indagine sul presunto dirottamento verso la Cina di server con chip Nvidia per 2,5 mld di dollari

Cos’è successo
Il 29 giugno la procura di Keelung ha perquisito l'ufficio taiwanese di Super Micro Computer, società di San Jose che integra chip Nvidia in server AI, nell'ambito di un'indagine sul presunto aggiramento dei controlli americani all'export verso la Cina. Le ricerche hanno coinvolto abitazioni private e sedi aziendali, tra cui Albatron, distributore di Supermicro, e Chief Telecom, operatore locale di data center.
Supermicro ha detto di collaborare con le autorità e ha ribadito che i suoi prodotti possono essere presi di mira da reti di diversione dopo la vendita a clienti autorizzati; Taiwan aveva infatti già fermato tre sospetti il 21 maggio scorso, sequestrando circa 50 server con chip Nvidia prima che lasciassero l'isola. E negli Stati Uniti, il 19 marzo, tre persone legate o affiliate a Supermicro erano state incriminate per il presunto dirottamento verso clienti cinesi dei server AI per circa $2,5 miliardi attraverso una società di comodo nel Sud-est asiatico. Almeno due si sono dichiarate non colpevoli.
Perché conta
La perquisizione porta l'enforcement degli export control nel tratto meno sorvegliato della catena. Washington può vietare la vendita alla Cina dei chip Nvidia più avanzati, ma per diventare capacità di calcolo disponibile quei chip devono essere integrati in dei server, in un punto della filiera che avviene dopo la consegna. Taiwan, dove si concentra un pezzo decisivo della stessa, è uno dei pochi posti in cui quel percorso può essere tracciato più a fondo.
- Per ora i procuratori taiwanesi devono arrivarci indirettamente, dacché esportare chip AI verso la Cina non è ancora un reato in sé — bisogna dimostrare che l'operazione è stata schermata con carte false o passaggi societari opachi lungo la catena. La norma diretta che il governo sta valutando servirebbe proprio a togliere ambiguità a questo pezzo;
- Vista da Keelung, la guerra del compute ha il peso dei server e dei numeri seriali, e passa dalle rotte di spedizione che, secondo Bloomberg, in almeno un caso avrebbero attraversato il Giappone prima di arrivare in Cina, mentre il Financial Times scrive che quest'anno i prezzi dei chip Nvidia sul mercato nero cinese sono raddoppiati;
- La combo di una fitta rete commerciale con gli Stati Uniti e la prossimità geografica con la Cina rende Taiwan (come anche Singapore e altri Paesi del Sud-est asiatico, spesso indiziati quando si parla di importazioni illegali) un punto ghiotto per eludere i controlli. Le autorità taiwanesi, in questo caso, fungono da braccia e gambe degli ordini statunitensi, laddove la sola licenza non arriva più.
Adesso
- Una norma ad hoc renderebbe senza dubbio meno contorto il lavoro dei procuratori. Per adesso, infatti, è ancora necessario dimostrare l'inganno amministrativo — dalla dichiarazione doganale sbagliata alla società interposta — prima di arrivare alla destinazione finale dei server. Criminalizzare direttamente l'export di chip AI verso la Cina metterebbe invece al centro il fatto sostanziale;
- Supermicro assembla server con chip Nvidia, che a sua volta utilizza un argomento tecnico come leva di deterrenza: anche nel momento in cui i chip raggiungono la destinazione sbagliata — la Cina — esiste tutta una serie di procedure di manutenzione che, senza le dovute verifiche, elimina un pezzo sostanziale del valore: niente aggiornamenti firmware, niente ottimizzazioni future, niente pezzi di ricambio;
- In gioco resta un bilanciamento difficile: se da una parte bloccare i chip continua ad essere una misura valida per impedire alla Cina di gareggiare sulla frontiera (e gli import illegali ne sono la prova plastica), la pratica incentiva Pechino a raggiungere più velocemente l’indipendenza, che nel lungo termine potrebbe risultare controproducente. Rimane però proprio il punto: quanto tempo utile c’è per il “lungo” termine?