News & BusinessPOLITICA INTERNAZIONALE
La politica commerciale come arma geopolitica: più frammentazione, meno leva reale
Cosa è successo?
L’evidenza raccolta dalla Tax Foundation mostra che i dazi statunitensi sono ormai utilizzati come strumento di pressione geopolitica piuttosto che come meccanismo di correzione degli squilibri commerciali. Le misure colpiscono simultaneamente Cina, Unione europea, Canada, Messico e minacciano paesi allineati ai BRICS, segnando un’estensione generalizzata del conflitto commerciale. In alcuni casi, come per la Cina, le aliquote effettive raggiungono fino al 145% su specifiche importazioni. Le ritorsioni hanno interessato oltre 106 miliardi di dollari di esportazioni statunitensi, generando circa 27 miliardi di dollari di perdite dirette nel biennio 2018–2019. Nonostante ciò, la riduzione dei flussi bilaterali con Pechino non ha corretto il disavanzo commerciale complessivo: le catene di fornitura si sono semplicemente riallocate verso paesi terzi.
Perché è importante?
Questo segnala un cambio di funzione della politica commerciale. I dazi non servono più principalmente a riequilibrare scambi o proteggere settori nascosti, ma a esercitare coercizione economica. Tuttavia, l’effetto pratico è limitato: invece di riportare produzione e investimenti in patria, i dazi incentivano il “rerouting” delle supply chain, erodendo le regole multilaterali senza produrre un vantaggio strategico duraturo. Il risultato è un indebolimento dell’architettura commerciale globale, accompagnato da costi economici domestici elevati e benefici geopolitici incerti.
E adesso?
Nel medio periodo, la guerra commerciale consolida un ordine globale più frammentato e reattivo, in cui la coercizione economica sostituisce progressivamente la diplomazia. Questo aumenta l’instabilità sistemica, incentiva ritorsioni incrociate e riduce la prevedibilità per imprese e governi. Senza una chiara strategia di uscita o coordinamento multilaterale, i dazi rischiano di diventare una fonte permanente di attrito geopolitico: molta pressione, poca leva reale, e un prezzo economico interno che cresce più velocemente dei dividendi strategici.