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La legge di bilancio francese è stata scritta pensando al 2027
Cosa è successo?
In Francia è stata approvata, dopo una lunghissima gestazione e svariate false partenze, la legge di bilancio. La legge di bilancio arriva in ritardo di mesi rispetto al previsto e, in generale, in una fase di grande confusione nella politica francese. Così buona parte dei provvedimenti in essa contenuti rispecchiano le tensioni politiche del Paese. Per esempio, il testo elimina buona parte delle agevolazioni fiscali in precedenza previste dagli esecutivi attivi nel corso dei mandati di Macron e dà il via a una nuova fase di rigore che, in buona parte, smentisce quanto proposto sino a qui dal presidente francese.
Perché è importante?
La legge di bilancio è il cuore dell’azione politica di ogni governo. Lo è soprattutto nel caso dell’esecutivo di Sébastien Lecornu, diventato premier in modo decisamente inaspettato nel corso delle turbolenze dello scorso autunno. Il ruolo cui è chiamato Lecornu è particolarmente complesso, nel senso che si trova a guidare un Paese di fatto privo di maggioranza parlamentare e per di più alle prese con un enorme problema di debito pubblico e deficit. Una situazione per aggiustare la quale servirebbe una forte guida politica. Guida che, al momento, non c’è. Inoltre, a tutto questo si somma il fatto che il presidente Macron è grandemente impopolare ed è considerato per buona parte responsabile (con la sua Macronomics) dello sconquasso delle casse pubbliche francesi.
In questo contesto la legge finanziaria di Lecornu (approvata con l’articolo 49.3 della Costituzione, quindi senza un voto d’aula) costituisce un’importante retromarcia del macronismo liberale degli ultimi anni perché, contrariamente a quanto fatto sino ad ora, riprende a tassare i grandi patrimoni e le grandi industrie, per esempio con l'imposta straordinaria sugli utili delle grandi imprese (CEBGE) o l'imposta differenziale sui redditi più elevati (CDHR) (entrambe introdotte nel 2025 e ora prorogate).
D’altra parte, nei ristretti margini di manovra, la spesa pubblica, che pure non è stata tagliata, è stata aumentata con margini molto ridotti, anche perché già oggi è la più alta d’Europa (soprattutto per il peso della previdenza pubblica, tra le più generose del mondo).
L’unico settore che non subisce tagli, con un budget che punta ai 64 miliardi di euro entro il 2027, è per ovvie ragioni la difesa.
L’obiettivo della manovra, varata da un premier liberale che governa con il tiepido sostegno del centro destra, è quello di rendere meno aspro il dibattito politico e la tensione sociale facendo ampie concessioni alla sinistra moderata dei socialisti, così da creare una base di consenso e accordo in vista delle elezioni del 2027 che, ad oggi, secondo i sondaggi, potrebbero essere vinte dall’estrema destra di Marine Le Pen (che probabilmente non si potrà candidare) o del suo delfino Jordan Bardella.
E adesso?
Anche se con questa manovra la Francia è riuscita a evitare il default istituzionale e a presentare, comunque, un testo di bilancio, resta comunque un Paese in condizione di grande fragilità politica. Di fatto i due partiti più popolari sono due partiti estremisti (il Rassemblement National, di estrema destra, e La France Insoumise, di estrema sinistra) le cui agende, per quanto opposte, sono simili in termini di estensione della spesa pubblica, di uscita dalla NATO e di euroscetticismo. L’estrema impopolarità di tutti gli esponenti moderati e afferenti a quello che per anni è stato il centro sinistra o il centro destra rende le prospettive del Paese difficili da leggere, specie in vista delle elezioni del 2027. Se le prossime presidenziali venissero vinte da un esponente della destra o della sinistra anti UE, si tratterebbe di un terremoto politico enorme, i cui effetti verrebbero avvertiti dai mercati e soprattutto dall’impianto politico ed istituzionale dell’UE.