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La guerra dei deepfake, tra Budapest e il Golfo Persico
Cosa è successo?
Negli ultimi giorni, la disinformazione digitale si è insinuata in due contesti radicalmente diversi — un'elezione e una guerra — usando però le stesse armi. In Ungheria, da quando è iniziata la campagna elettorale del 2026, deepfake e contenuti fuorvianti contro Péter Magyar si moltiplicano online, amplificati dagli alleati del premier Viktor Orbán. Magyar è un ex avvocato e insider di Fidesz per oltre vent'anni, che nel 2024 ha rotto clamorosamente con il partito per fondare l'opposizione: oggi il suo Tisza guida i sondaggi con circa il 35% dei consensi, contro il 28% di Fidesz, a poche settimane dalle elezioni del 12 aprile 2026.
In uno dei video più virali, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e Magyar si trovano in auto: arrivati a un incrocio, il falso Magyar sorride alla telecamera e dice "non preoccuparti Ursula, scelgo sempre la sinistra", mentre il cartello davanti a loro indica guerra e tasse. Dietro questa e altre produzioni simili c'è il gruppo "Movimento di Resistenza Nazionale", riconducibile alla rete di influencer filogovernativa Megafon, che ha preso di mira Magyar e il suo partito con video generati dall'intelligenza artificiale. A migliaia di chilometri di distanza, il 28 febbraio 2026, pochi giorni dopo l'inizio dell'operazione militare di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, i social vengono travolti da un'ondata di video falsi. Uno dei più condivisi inquadra la portaerei Abraham Lincoln colpita e spezzata in due: raggiunge i 10 milioni di visualizzazioni in poche ore, prima che il Pentagono intervenga a smentire ufficialmente che la nave non è mai stata colpita. Un altro video mostra quella che sembra una protesta di piazza a Tel Aviv quando si trattava, in realtà, di un footage del 2020, girato durante i festeggiamenti per la vittoria della nazionale di calcio algerina.
Perché è importante?
Questi due casi raccontano ancora una volta come la disinformazione sia diventata uno strumento di potere sistematico, usato tanto nelle campagne elettorali quanto nei conflitti armati.
In Ungheria il nodo è anche istituzionale: l'Unione Europea ha promesso di combattere le interferenze elettorali, ma si rifiuta di intervenire nelle elezioni nazionali. Intervenire rischierebbe di dare ad Orbán ulteriori munizioni per la sua narrazione sull'ingerenza di Bruxelles; non fare nulla minerebbe le nuove regole digitali europee. A complicare tutto, l'autorità ungherese preposta al monitoraggio delle piattaforme online non è indipendente dal Governo, e come sottolinea l'esperto di disinformazione Péter Krekó, l'Ungheria è diventata un "super-spreader" di narrative che il Cremlino sostiene, senza che Mosca debba spendere un euro.
Sul fronte iraniano, i tre video AI più virali del conflitto hanno totalizzato oltre 100 milioni di visualizzazioni. Gli obiettivi sono sempre gli stessi: colpire la percezione del nemico e legittimare le proprie azioni. E c'è una dimensione economica: su X, un deepfake da milioni di visualizzazioni genera ricavi pubblicitari reali, più di un articolo verificato. Per molti account anonimi, la disinformazione è semplicemente diventata un business.
E adesso?
Le risposte istituzionali esistono, ma faticano a tenere il passo. Il 3 marzo 2026, X ha annunciato la sospensione di 90 giorni dal programma di condivisione dei ricavi per chi pubblica video AI di conflitti senza dichiararne l'origine. Ma gli esperti sono scettici: la moderazione automatica non regge alla scala del fenomeno. L'UE ha presentato il suo European Democracy Shield per combattere la disinformazione elettorale, ma Fidesz lo ha già bollato come uno strumento di censura politica. Magyar ha avvertito che nuove campagne coordinate per screditarlo sono in arrivo, mentre l'analista András Rácz si aspetta un significativo aumento degli sforzi russi nelle ultime settimane di campagna per tenere Orbán al potere: "Sarebbe da ingenui non fare di tutto per mantenerlo", ha detto. Nel frattempo, l'AI Act europeo è ancora in fase di implementazione e le leggi sulla diffamazione non sono mai state testate su casi di deepfake. Il problema non è più solo tecnico o legislativo: è culturale. Le bugie viaggiano più veloci dei fatti, e finché sarà così, chiunque abbia accesso a un tool di intelligenza artificiale potrà riscrivere la realtà.