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La dichiarazione di Amburgo e l’impegno UE verso l’eolico

4 min di lettura

Cosa è successo?

Poche ore fa Belgio, Danimarca, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Regno Unito, Norvegia, Islanda e Nato hanno firmato una dichiarazione con i leader dell'industria eolica per aumentare la capacità eolica offshore europea. L’obiettivo è quello di realizzare impianti offshore per portare la produzione eolica europea a 100 gigawatt. Questa cifra equivale a circa l'attuale capacità di generazione elettrica totale del Regno Unito.

Perché è importante?

Il piano si inserisce in un quadro complesso, sia energeticamente che economicamente, strategicamente e politicamente.

  • Energeticamente: secondo un recente rapporto di EMBER, il Mare del Nord europeo è già oggi il maggiore produttore di energia eolica del mondo (più del Mar della Cina) e gli investimenti cui i Paesi che insistono sull’area si sono impegnati sono destinati a farne crescere ancora la capacità.
  • Economicamente: in base alla dichiarazione di Amburgo, da qui al 2030, nel settore dell’eolico offshore arriveranno investimenti per circa 9,5 miliardi che, a loro volta, genereranno ulteriori investimenti e ricadute per complessivi 1.000 miliardi di euro, creeranno 91.000 posti di lavoro e ridurranno i costi di produzione energetica del 30% entro il 2040, secondo il gruppo industriale WindEurope.
  • Strategicamente: la questione della produzione dell’energia, in questo momento storico, è un asset politico di grande valore. Specie per l’UE che non ha fonti fossili proprie (se non per quelle della Norvegia, che però non fa parte dell’UE) e che negli anni ha pagato – e sta pagando – caro lo scotto della sua dipendenza energetica dalla Russia, dagli USA (che sono intervenuti con invii di GNL capaci di compensare la fine degli arrivi di gas russo). Per questo, oltre che per ragioni di tutela del clima, negli ultimi anni l’UE ha puntato molto forte sulla produzione di rinnovabili. Cosa in cui peraltro ha raggiunto buoni risultati, dal momento che nel 2025 l'energia solare ed eolica hanno raggiunto un record storico in UE, superando per la prima volta i combustibili fossili nella generazione di elettricità.
  • Politicamente: la Dichiarazione di Amburgo arriva pochi giorni dopo il discorso nel quale Donald Trump ha detto che gli europei si erano bevuti la bufala delle energie rinnovabili e che “continuare a inseguire i mulini a vento li avrebbe condotti alla rovina”. Il tempismo – peraltro non previsto – della Dichiarazione di Amburgo rappresenta una risposta piuttosto chiara alla presa di posizione sull’eolico di Donald Trump. Inoltre, per l’UE, investire sulle rinnovabili rappresenta una chiara dichiarazione di autonomia politica rispetto agli Stati Uniti.

E adesso?

Adesso occorrerà vedere se il piano sarà effettivamente applicato e se gli investimenti genereranno la spirale positiva che ci si aspetta. Nonostante questo, è però improbabile che da soli bastino. Anzi. Parallelamente al lavoro sulle pale eoliche i paesi europei, e in genere tutti quelli che vorranno insistere sulle rinnovabili (cosa che anche la Cina, di recente, è parsa voler fare), avranno davanti tre sfide: una logistica, una tecnologica, una politica. Logistica: la sfida principale dei prossimi mesi sarà la realizzazione delle infrastrutture fisiche per lo stoccaggio e il trasporto dell’energia così generata. Tecnologica: nell’ipotesi che l’UE riesca davvero a centrare il suo obiettivo di emissioni zero entro il 2050 e a passare completamente alle rinnovabili, alle condizioni attuali questo potrebbe portare a cadere in una nuova dipendenza: quella dalle tecnologie cinesi, al momento sostanzialmente monopoliste nella produzione degli strumenti per generare energia da fonti rinnovabili. Servono, evidentemente, investimenti anche su questo. Sfide sociali e politiche: il cambiamento del modello energetico comporterà, per ovvie ragioni, un cambiamento del modello produttivo e dunque anche di quello occupazionale. Riuscire ad assorbire questo colpo, a trasformare i lavoratori del settore fossile in lavoratori del settore rinnovabili, limitando impoverimento e disoccupazione, sarà uno dei principali grattacapi della Commissione nei prossimi anni. Il Just Transition Fund, che si occupa di formazione e conversione dei lavoratori, ha esattamente questo scopo.

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