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La Cina abbatte i dazi con l’Africa e il tempismo non è casuale
Cosa è successo?
Dal 1° maggio 2026, la Cina eliminerà i dazi doganali su quasi tutti i prodotti importati dai 53 Paesi africani con cui intrattiene relazioni diplomatiche. La misura è stata annunciata direttamente da Xi Jinping al 39° vertice dell'Unione Africana, tenutosi ad Addis Abeba il 14 e 15 febbraio 2026. L'unico Paese escluso è eSwatini, l'ex Swaziland, uno dei tre Stati al mondo che riconosce ancora Taiwan invece della Repubblica Popolare. Un dettaglio che dice molto su come Pechino utilizzi anche gli accordi commerciali come strumento di pressione diplomatica.
Perché è importante?
Il numero che colpisce di più non è il totale degli scambi (348 miliardi di dollari nel 2025) ma la differenza interna: le esportazioni cinesi verso l'Africa sono cresciute del 25,8%, quelle africane verso la Cina solo del 5,4%. Significa che il surplus commerciale cinese si sta allargando a velocità sostenuta, e questo per Pechino è un problema, non un vantaggio. Un partner che si indebita troppo e cresce poco diventa instabile, smette di comprare, e alla lunga diventa politicamente inaffidabile. Eliminare i dazi è quindi anche un atto di manutenzione del sistema: la Cina non vuole estrarre risorse da un continente impoverito, vuole un'Africa abbastanza prospera da restare nel suo orbita commerciale e geopolitica.
C'è poi un aspetto che passa spesso inosservato: quello che la Cina importa dall'Africa (petrolio greggio, minerali, prodotti agricoli) è già in gran parte esente da dazi o soggetto a tariffe basse. Il vero cambiamento riguarderà i prodotti trasformati e semilavorati, quei beni che oggi l'Africa fatica a esportare proprio perché i dazi aumentano con il grado di lavorazione. È il meccanismo chiamato "tariff escalation", e ha storicamente bloccato l'industrializzazione africana.
E adesso?
Il problema è che abbattere i dazi non basta se mancano le infrastrutture per produrre e trasportare. Molti Paesi africani non hanno ancora la capacità manifatturiera per sfruttare l'apertura cinese, e rischiano di continuare a esportare esattamente quello che esportavano prima, ovvero materie prime grezze. La partita vera si giocherà su quanto velocemente crescerà il commercio intra-africano, accelerato dall'entrata in vigore della AfCFTA, l'Area di libero scambio continentale africana, che sulla carta è il mercato unico più grande del mondo per numero di Paesi aderenti. Se le economie africane riuscissero a integrarsi tra loro, potrebbero finalmente sviluppare filiere produttive locali e presentarsi alla Cina, e al mondo, con qualcosa di più di greggio e cacao. Pechino lo sa, e sta scommettendo su quel futuro, anche in risposta alle politiche protezionistiche degli Stati Uniti.