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La cacofonia europea sulla politica estera
Cosa è successo
La crisi in Iran ha messo in luce, una volta di più, quanto grandi e gravi siano le difficoltà dell’UE ad affermarsi come soggetto politico capace di esprimersi con una voce unica e chiara.
Questo non solo perché le istituzioni europee, nei vari trattati, non sono mai riuscite ad avocare a sé la gestione di una politica estera comune, che rimane ancora e comunque in capo ai singoli stati, ma anche perché, sovente, e in questo caso anche tra gli stessi rappresentanti delle istituzioni europee esistono divergenze di opinioni che ledono l’immagine di un’UE che sia un soggetto unico e coeso.
Nel caso specifico, sono interessanti due dichiarazioni differenti, laddove non divergenti, arrivate nelle ultime ore dalla Presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen (che tra l’altro, in teoria, non dovrebbe avere competenze in termini di politica estera, che invece dovrebbero spettare all’alto rappresentante per l’UE, Kaja Kallas, il cui ruolo è equivalente a quello di un ministro degli esteri dell’UE) e dal Presidente del Consiglio UE Antonio Costa.
La prima, in un discorso agli ambasciatori dell’UE ha detto che “l’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n'è andato e non tornerà. Difenderemo sempre e sosterremo il sistema basato sulle regole che abbiamo contribuito a costruire con i nostri alleati, ma non possiamo più fare affidamento su di esso come unico modo per difendere i nostri interessi”.
Il secondo, in un intervento successivo, ha dichiarato che “dobbiamo riflettere urgentemente se la nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo decisionale – tutti concepiti in un mondo postbellico di stabilità e multilateralismo – abbiano tenuto il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda. Se il sistema che abbiamo costruito – con tutti i suoi tentativi, benintenzionati, di consenso e compromesso – sia più un aiuto o un ostacolo alla nostra credibilità come attore geopolitico”.
Perché è importante
Perché questi discorsi, scaturiti dalla crisi in Iran, hanno in realtà per oggetto la politica estera europea. Da un lato è corretto quello che dice von der Leyen circa il fatto che l’UE deve fare i conti con la realtà, con un orizzonte politico cambiato e con il fatto che le sue istituzioni appaiono inadeguate e bisognose di una radicale innovazione che le renda più efficaci e snelle. Dall’altro però è vero anche che nel discorso di von der Leyen non si fa riferimento alla direzione politica da imprimere al nuovo soggetto europeo: ossia se limitarsi ad adeguarsi al nuovo sistema imposto dalla forza trumpiana, che in Venezuela e in Iran non sembra essersi dato molto pensiero per il rispetto del diritto internazionale, o se invece usare la propria, costituenda, forza per farsi protettore di questo ordine.
E adesso?
La differenza delineata dai due discorsi di von der Leyen e Costa non è da poco, dal momento che riguarda la direzione politica da dare all’UE. I due concordano sulla necessità di rafforzare l’UE e di riformarla, ma Costa pretende maggiore chiarezza circa gli obiettivi di questo rafforzamento.
I decisori europei dunque dovranno rispondere con urgenza a tre interrogativi strategici:
L’Europa può permettersi un’autonomia strategica senza una dottrina di difesa comune e un assetto militare integrato?
Come può l'UE bilanciare la difesa del diritto internazionale con la necessità di agire come attore assertivo in un contesto dominato dalla legge del più forte?
L'attuale architettura istituzionale, basata sul compromesso costante, è un aiuto o l'ostacolo definitivo alla credibilità geopolitica dell'Unione?