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L'Ue vuole riservare quasi il 70% della banda satellitare agli operatori europei: SpaceX avverte che il piano degraderebbe Starlink in Ucraina

Cos’è successo
SpaceX ha risposto alla proposta con cui, a fine maggio, l'Unione Europea ha annunciato di voler riservare agli operatori del continente circa due terzi (67%) della banda 2 GHz — quella che consente al telefono di collegarsi direttamente al satellite, senza antenna né router. In un documento consegnato agli ufficiali Ue e visto dal Financial Times, alla vigilia di una conferenza sullo spettro a Bruxelles, l'azienda di Elon Musk bolla le regole come un modo per anteporre "il Paese di registrazione di un operatore alle realtà economiche, tecniche e regolatorie", e sostiene che spezzerebbero le frequenze in "parti sotto-divise di fatto inutilizzabili".
La leva più dura però è l'Ucraina. Il piano, avverte SpaceX, rischia di degradare la connettività del Paese — dove Starlink è infrastruttura critica dall'inizio dell'invasione — perché le frequenze riservate alla costellazione europea IRIS² interferirebbero col suo servizio. È il contrattacco di un'azienda al culmine della forza, reduce dalla più grande IPO della storia e da oltre $2 trilioni di valore.
Perché conta
La risposta di SpaceX è la radiografia più nitida del vincolo europeo. L'Ue prova a riservarsi per legge una fetta di mercato che oggi non sa riempire, e Musk infila il cuneo nel divario tra l'ambizione — la sovranità satellitare — e la capacità di erogare un servizio critico adesso.
- L'arma più efficace di SpaceX è infatti proprio la dipendenza stessa che l'Europa vorrebbe ridurre. Starlink in Ucraina è il punto in cui Bruxelles è più esposta, ed è lì che Musk preme. L'argomento è sicuramente interessato — l'interferenza tecnica è contestabile e Musk ha già condizionato l'uso di Starlink in Ucraina per ragioni sue nel 2022 — ma morde perché la dipendenza esiste. Solo che la stessa carta taglia da entrambi i lati: proprio un operatore che accende e spegne il servizio a propria discrezione è il motivo migliore per cui l'Europa non vorrebbe dipenderne. Il fine di Bruxelles è legittimo, ma è lo strumento a non quadrare;
- E lo strumento, soprattutto, forse non fa ciò per cui esiste. IRIS², la costellazione che lo spettro dovrebbe favorire, è pensata per la banda larga, non per il direct-to-device di cui si discute — e comunque non entrerà in servizio prima del 2029-2030. Riservare oggi quelle frequenze "agli europei" serve quindi poco a IRIS² e molto a tenere fuori chi è già sul campo — Starlink e l'americana AST SpaceMobile — o chi sta per farlo, come Amazon Kuiper. In più c'è anche un cortocircuito narrativo: quegli operatori Usa già coprono la regione appoggiandosi ai telco europei, da Deutsche Telekom a Orange, perché lo spettro proprio non ce l'hanno. La linea netta "europeo contro americano" che la sovranità presuppone, nei fatti è sfumata: il front-end è europeo, la capacità satellitare resta americana;
- La partita è comunque più grande di SpaceX. A marzo il presidente della FCC Brendan Carr aveva già avvertito che gli Stati Uniti avrebbero reagito "con azioni reciproche" se l'Europa avesse favorito gli operatori del continente su Starlink — "ci preoccupa il discorso sulla sovranità satellitare europea", disse al Financial Times. È lo stesso meccanismo del braccio di ferro sulla digital tax: ogni leva europea per contenere il tech americano richiama una minaccia di ritorsione da Washington. SpaceX, dal canto suo, accompagna il bastone con la carota, ricordando di aver investito in Europa, con ordini a STMicroelectronics fino a un miliardo di euro e accordi con Deutsche Telekom e Orange.
Adesso
- La proposta deve ancora passare il negoziato con governi nazionali e Parlamento europeo, e il fronte interno non è compatto: Francia e Germania spingono per requisiti duri, gli Stati più dipendenti dagli operatori americani frenano. SpaceX conta di pesare su quel margine ("speriamo di influenzare la direzione di marcia", fa filtrare), forte delle aziende e dei governi che già usano i suoi servizi. La Commissione tiene il punto: "un terzo della banda resta aperto ai non europei, il resto va ai fornitori europei, in linea con le nostre ambizioni di sicurezza, resilienza e sovranità";
- Il nodo resta il tempo. Le licenze attuali, in mano agli americani Viasat ed EchoStar, scadono nel 2027, e la Commissione ne ha proposto la proroga di due anni; IRIS² arriva verso il 2029-2030, e come detto per la banda larga; non per il servizio in discussione. L'Europa rischia così di legiferare una preferenza prima di avere qualcosa da preferire: se la quota riservata non viene riempita da capacità reale, diventa un collo di bottiglia che lascia cittadini e governi con meno servizio, non con più sovranità;
- La carta-Ucraina darebbe ragione al fine europeo — non appendersi a un operatore che può staccare la spina — e torto al mezzo: riservare spettro direct-to-device non accelera un IRIS² che il direct-to-device non lo fa, e che a pieno regime non arriva prima del 2030, e intanto Bruxelles si espone alla ritorsione di Washington partendo svantaggiata al tavolo. La strada più solida è anche la più scomoda: assicurarsi accesso e alleanza adesso, costruire capacità propria per poter pensare di ridurre la dipendenza poi. Riservarsi un mercato prima di saperlo servire è il modo più sicuro per restare dipendenti più a lungo.