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L'Ue studia come tassare le Big Tech senza prenderle di mira, per evitare i dazi al 100% di Trump

Cos’è successo
La Commissione europea starebbe cercando un modo per incassare di più da Apple, Meta e Google senza prenderle di mira in modo esplicito, ritoccando una delle imposte con cui vorrebbe finanziare il bilancio europeo 2028-2034. Secondo sei funzionari sentiti dal Financial Times, il veicolo sarebbe la Corporate Resource for Europe (CORE), il contributo annuo che la Commissione ha proposto nel luglio 2025 per le società residenti nell'Unione, e per le sedi europee dei gruppi extra-UE (le cosiddette “stabili organizzazioni”), con un fatturato netto superiore a €100 milioni. Oggi CORE prevede quattro fasce fisse, da €100.000 a un massimo di €750.000 l'anno, calcolate sulla singola società e non sul gruppo: per un colosso digitale, poco più di un arrotondamento. L'idea sarebbe alzare soglie e contributi, così da concentrare il prelievo sulle aziende molto grandi di ogni settore.
A fine giugno, infatti, Donald Trump ha minacciato dazi del 100% su tutte le merci dei Paesi che impongano una tassa sui servizi digitali "alle aziende americane"; Francia, Italia, Spagna e Austria — che una tassa del genere ce l'hanno già — erano finite nel mirino delle indagini commerciali di Washington durante il suo primo mandato. "Alcune capitali si oppongono a una tassa puramente digitale perché non vogliono irritare gli americani, e molte di più si oppongono a CORE", ha spiegato un funzionario al quotidiano: "la soluzione è estenderla a praticamente tutte le grandi aziende". La Commissione non ha commentato l'indiscrezione.
Perché conta
Bruxelles proverebbe così a costruire un'imposta che arrivi alle Big Tech senza poter essere accusata di discriminarle, l'argomento con cui Washington giustifica le ritorsioni contro le tasse digitali. Una neutralità solo formale, però, che rischia di proteggere poco davanti a un'amministrazione che giudica le regole europee dai loro effetti — soprattutto quando in gioco ci sono le entrate del prossimo bilancio europeo.
- Anche le tasse digitali nazionali sono scritte senza riferimenti alla nazionalità, perché colpiscono i ricavi digitali sopra certe soglie; Washington le considera comunque discriminatorie, dato che a pagarle sono soprattutto le aziende americane che dominano il settore. Lo stesso vale per il Digital Markets Act (DMA) — il regolamento europeo sulle grandi piattaforme — che la Casa Bianca accusa di discriminare i gruppi americani, tanto che a luglio, dopo la multa da €890 milioni inflitta a Google, Trump ha minacciato un'indagine commerciale contro l'UE (la minaccia di giugno, del resto, parla di tasse "alle aziende americane", cioè le giudica da chi le paga). Estesa a tutti i settori, una CORE ricalibrata renderebbe più difficile l'accusa di discriminazione, perché pagherebbero anche i grandi gruppi europei; difficilmente basterebbe però a evitare lo scontro politico, tanto più ora che l'intento di arrivare alle Big Tech è finito sui giornali;
- Una tassa su tutte le società molto grandi colpirebbe infatti anche i gruppi industriali europei, da Siemens a Stellantis, fra cui aziende che il prossimo bilancio vorrebbe sostenere con il suo fondo per la competitività. Non a caso la Germania considera CORE incompatibile con quell'obiettivo; e anche Lussemburgo, Paesi Bassi e Austria sono fra i critici. Già a luglio, per ammorbidire le resistenze, la Commissione aveva valutato di restringere la platea, esentando ad esempio le aziende con profitti in calo. La versione di cui scrive l'FT la restringerebbe anch'essa, ma alzando il contributo di chi invece resta dentro. Risponderebbe così alla critica più diffusa — quella di penalizzare le aziende medie rispetto ai concorrenti stranieri — senza però risparmiare i grandi gruppi europei;
- Dalle nuove "risorse proprie" — le entrate che affluiscono direttamente al bilancio europeo, senza passare dai contributi degli Stati — dipende una parte consistente del prossimo bilancio, che dovrà cominciare a rimborsare il debito comune del piano post-Covid NextGenerationEU e sostenere, fra l'altro, i progetti strategici per i data center previsti dal pacchetto sulla sovranità tecnologica presentato a giugno. Secondo la Commissione, le risorse proprie proposte, nuove e riviste, varrebbero circa €58 miliardi l'anno, di cui €6,8 miliardi da CORE nella versione attuale. Senza quelle entrate, il buco andrebbe coperto con più contributi nazionali o con meno spesa, e l'Italia ha già protestato per un aumento del 30% dei propri a fronte di un taglio del 14% dei fondi che riceverebbe, a prezzi correnti.
Adesso
- Il 13 ottobre i ministri degli Affari europei discuteranno la nuova bozza di bilancio con le cifre, comprese le risorse proprie, preparata dalla presidenza irlandese del Consiglio in vista del Consiglio europeo del 15 ottobre; l'obiettivo è un accordo entro fine anno. Un ruolo delicato per l'Irlanda, che ospita le sedi europee di Apple, Google e Meta e il cui primo ministro, Micheál Martin, a luglio ha invitato alla "cautela" su una tassa digitale che a suo dire sarebbe complicata dall'accordo commerciale con gli Stati Uniti;
- Qualunque versione di CORE dovrà passare all'unanimità e poi essere ratificata da ogni Stato secondo le proprie regole costituzionali. Francia e Spagna, e a settembre anche Italia e Portogallo, hanno guardato con favore a una tassa esplicitamente digitale come quella proposta dal Parlamento europeo; la Germania, che teme la reazione americana a un prelievo del genere, si è invece riservata il giudizio su una CORE rivista finché non ne conoscerà i dettagli. Secondo i funzionari sentiti dall'FT, escludere le aziende medie porterebbe probabilmente più Paesi a sostenerla; basterebbe però un solo no, e a settembre Paesi Bassi e Danimarca hanno rifiutato perfino di prenderla in considerazione;
- Sul fronte americano, la minaccia di giugno non ha ancora una base giuridica chiara, dopo che quest'anno la Corte Suprema ha bocciato i dazi globali di Trump; resta comunque la Section 301, lo strumento con cui l'ufficio del rappresentante commerciale (USTR) indaga le pratiche estere ritenute sleali, già usato contro le tasse digitali nazionali. Una CORE più pesante per le Big Tech finirebbe verosimilmente sotto lo stesso esame, mentre le imposte nazionali, a cominciare da quella italiana, restano esposte a una ritorsione.