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L'Ue ordina a Google di aprire Android ai rivali dell'AI e di condividere i dati di ricerca di cui controlla il 90% a livello globalle

Cos’è successo
La Commissione europea ha ordinato a Google, con due misure vincolanti sotto il Digital Markets Act (il regolamento UE che tiene a freno le grandi piattaforme-"gatekeeper"), di aprire l'ecosistema ai rivali nell'AI: dare agli assistenti concorrenti di Gemini l'accesso a 11 funzioni di Android oggi riservate al suo, e condividere con i motori terzi e i chatbot AI i dati di ricerca anonimizzati che solo Google Search raccoglie su scala. Google gestisce circa il 90% delle ricerche globali da computer.
Sono le versioni definitive di due procedure viste in aprile allo stadio preliminare: la minaccia è diventata obbligo, con scadenze (dati dal gennaio 2027 la condivisione dati search; l’accesso dei chatbot non-Gemini ad Android da luglio) e un metodo di anonimizzazione costruito insieme agli esperti UE. Cioè la risposta alla difesa di Google, per cui miliardi di query non si potrebbero davvero anonimizzare. Google, difatti, replica che le misure "minano privacy e sicurezza".
Perché conta
Per tenere viva la concorrenza, Bruxelles ha puntato dritta a due dei fossati con cui Google rimane un incumbent difficilmente scalfibile anche nell'era dell'AI, ossia i dati di ricerca che nutrono i modelli e lo strato di Android — Gemini — che è ormai l'intelligenza di ogni telefono. La vera leva europea sull'AI, dunque, rimane non industriale (tecnica o finanziaria) bensì regolatoria.
- La privacy, dice l’UE, non basta più come scudo. Ancora ad aprile, la domanda (legittima) era: cedere i dati senza svelare l’identità degli utenti si può? Ora, la risposta della Commissione è un'anonimizzazione a più livelli — allineato alle linee guida del GDPR e che vale anche per i chatbot AI con funzioni di ricerca — con la facoltà per Google di rifiutare chi pone rischi di cybersicurezza;
- A passare per l'apertura, però, sono — per nome — OpenAI, Anthropic, Perplexity. Ovvero i chatbot che già esistono, in gran parte americani, per i quali l’intelligenza non resterà più confinata all’interno di un’app standalone ma potrà dunque estendersi a tutto il telefono (come appunto fa Gemini oggi);
- L'innovazione che la Commissione invoca oggi, infatti, riguarda più la sopravvivenza (o, in generale, la proliferazione) dei rivali di Gemini che non di un fantomatico campione europeo, che rimane una chimera per ben altri motivi.
Adesso
- L'attuazione vera e propria è ancora tra diversi mesi, e la Commissione potrà ritoccare i criteri di anonimizzazione in base a verifiche indipendenti. Google, dal canto suo, ha già promesso battaglia e porterà quasi certamente la partita davanti ai giudici europei, dove molto può ancora muoversi;
- Bruxelles rilancia su Google mentre le tensioni con Washington sul suo "libro delle regole" digitali (DMA, DSA, indagini antitrust, etc.) si stavano allentando, dopo che l'amministrazione Trump aveva accusato per lungo tempo l'UE di colpire di proposito i campioni tecnologici americani. Rilanciare ora, e proprio su Google, è una scelta;
- L’Unione Europea vuole e ha bisogno di tenere i giganti del tech americano sotto controllo, per spinta politica quanto per convinta ideologia. Nel momento in cui l’AI diventa sempre più fondamentale, tanto per l’economia quanto per la sicurezza nazionale, rinfocolare gli antagonismi senza avere minimamente alcuna strada (figuriamoci una credibile o percorribile) laddove sarebbe invece necessaria maggiore cooperazione non appare come l’opzione più sana.