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L'Ue entra nella Pax Silica, l'alleanza AI a guida Usa che include 24 Paesi

Cos’è successo
L'Unione europea, insieme a Paesi Bassi, Germania e Grecia, è entrata nella Pax Silica, l'alleanza a guida americana che vuole blindare le filiere dell'intelligenza artificiale — chip, terre rare, energia — riducendo la dipendenza dalla Cina. L'annuncio è arrivato al summit di Washington, dove il sottosegretario di Stato americano agli affari economici Jacob Helberg, architetto dell'iniziativa, ha dato per imminenti anche gli ingressi di Argentina, Cile, Costa Rica, Kazakhstan e Panama, che porteranno il totale a 24. Ai fondatori — da Giappone e Corea del Sud agli Emirati — l'India si era aggiunta a febbraio; Taiwan appoggia senza firmare.
Nata a dicembre 2025, la Pax Silica — la "pace del silicio" — è la mossa di punta della diplomazia tecnologica di Washington. E l'Ue, dopo mesi di attesa, vi aderisce proprio mentre a Bruxelles si continua a predicare "sovranità digitale".
Perché conta
Più che un patto sulle forniture, Pax Silica è il guscio istituzionale di un ordine tecnologico a guida americana — Helberg lo dice senza giri di parole. G7 e G20 "non sono adatti" a governare l'economia dell'AI, quindi serviva una struttura costruita apposta. Che nasce contro due bersagli insieme: la Cina da una parte, e dall’altra l'idea che ogni Paese si costruisca la propria stack, ossia l'insieme stratificato di tecnologie, linguaggi e software utilizzati per sviluppare e far funzionare un'AI.
- Il bersaglio, infatti, non è solo Pechino. Helberg contrappone Pax Silica al Global Digital Compact dell'Onu — il quadro multilaterale sulla governance digitale — e al modello della "sovranità digitale", cioè ogni nazione che si fa la propria filiera, che a suo dire porta a "mediocrità sincronizzata" e a investimenti duplicati. La sua parola d'ordine è un'altra, "innovation sovereignty": un unico ecosistema di "partner affidabili" agganciato alla tecnologia americana. È la stessa logica dei "trusted partner" affacciata al G7, quando si discuteva chi potesse accedere ai modelli di Anthropic dopo il blocco di Washington; ora è cristallizzata in un blocco di 24 Paesi, con tanto di fondi (250 milioni di dollari per i minerali critici) e "zone di sicurezza economica" dal Kazakhstan alle Filippine;
- L'adesione europea naturalmente ha un peso specifico non indifferente. L'Ue ha passato due anni a parlare di sovranità tecnologica — dall'AI Act ai modelli "sovrani", dallo spettro satellitare alle gigafactory di calcolo. All’atto pratico, ora entra in un'architettura il cui principio fondante è il rovescio: non costruirti la tua, collegati alla nostra (statunitense). E lo fa, saggiamente, per non restare fuori dagli standard globali che Washington sta scrivendo. Spogliata della retorica, è una scelta di dipendenza gestita, dopo un'autonomia che non ha dato i frutti sperati — e in sé razionale, perché contro il ricatto cinese sulle terre rare, i minerali la cui lavorazione è quasi tutta in mano a Pechino, l'Europa da sola conta poco; fare cartello di domanda contro un quasi-monopolio ha una sua logica, al di là di chi tiene il manico. Resta però che è la ratifica di un ordine deciso altrove, in cui "partner affidabile" significa affidabile per Washington;
- La cucitura è già visibile, con i Paesi Bassi che hanno firmato l'ingresso lo stesso giorno in cui il loro ministro al Commercio, a Washington, avvertiva i legislatori americani che il "Match Act" — la proposta di legge bipartisan che costringerebbe gli alleati ad allinearsi ai controlli USA sull'export verso la Cina — rischia di trasformare la collaborazione in "cooperazione forzata", con Washington a decidere sulla sicurezza nazionale olandese e sul business di Asml. Helberg parla di "confederazione dei capaci" e di "incontro di forza con forza". L'Aia lo traduce in modo più ruvido: si aderisce e ci si allinea. La partnership tra pari è il racconto; l'asimmetria è la struttura.
Adesso
- L'Italia è nell'anticamera. Roma lavora per entrare "a breve" e prepara un memorandum bilaterale con gli Usa sulle terre rare come passo d'ingresso, spinta dal ministro Tajani anche presso i colleghi europei. La firma però al momento slitta: doveva avvenire al Business Forum di Miami, saltato per le tensioni tra Trump e Meloni. Un promemoria del fatto che, dentro l'alleanza, i rapporti restano ostaggio della politica bilaterale con il padrone di casa;
- Il rischio è che il blocco scivoli da rete di pari a cinghia di trasmissione. Il "Match Act" è la spia: la sua approvazione direbbe agli alleati che entrare nel club costa un pezzo di sovranità sull'export, proprio mentre i Paesi Bassi, con Asml, provano a difendere i margini sul mercato cinese meno avanzato. E più il blocco cresce, più Washington avrà la leva per imporre l'allineamento;
- Sotto c'è la corsa a scrivere le regole dell'economia dell'AI. Aggirando ONU, G7 e G20, gli Stati Uniti si costruiscono il club su misura e ci portano dentro gli alleati uno a uno, Europa compresa. Per Bruxelles è un'ammissione — ben accolta — del fatto che la sovranità è più retorica che concretezza; per Washington, la conferma che il modello a raggiera può aver senso finché conviene a tutti. Il giorno in cui converrà a Washington più che agli altri — come col blocco dei modelli Anthropic agli stranieri — si misurerà la vera solidità della "confederazione dei capaci".