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L'Ue apre il bando per 7 AI gigafactories ma dei 5 miliardi di euro promessi da Bruxelles ne può impegnare solo uno

Cos’è successo
La Commissione europea ha aperto giovedì il bando per costruire fino a sette AI Gigafactories, impianti di calcolo destinati ad addestrare e soprattutto far girare modelli di frontiera. Il piano prevede fino a 10 miliardi di denaro pubblico fra Bruxelles e Stati membri e punta ad attirarne almeno venti privati, su due lotti: quattro impianti più piccoli (fino a 500 milioni di fondi europei ciascuno) e tre più grandi (che arrivano al doppio). Ognuno dovrà installare almeno tanti processori avanzati quanti ne ha oggi la più potente delle 19 AI Factories già operative nell'Unione, per triplicarli o quadruplicarli nella seconda fase. Diciotto Stati hanno firmato con EuroHPC — l'ente che gestisce i supercomputer europei — l'accordo per comprare insieme accesso alle GPU dagli impianti selezionati.
Il bando chiude il 12 novembre e le assegnazioni sono attese a inizio 2027, con gli impianti operativi entro diciotto mesi dalla firma dei contratti; il target indicato dalla Commissione è la metà del 2028. Del denaro pubblico annunciato, metà spetta agli Stati e metà a Bruxelles — che però sotto il bilancio corrente può impegnarne uno soltanto, mentre il resto dipende dal prossimo bilancio settennale dell'Unione che è ancora in trattativa fra i governi.
Perché conta
Il bando è la parte esecutiva di una promessa fatta a Parigi ben diciassette mesi fa; promessa che nel tragitto si è ristretta parecchio.
- Diciotto governi si sono impegnati per contratto a comprare tempo di calcolo dagli impianti, e un alto funzionario della Commissione sostiene che la richiesta saturi già l'infrastruttura esistente. Alla manifestazione d'interesse, non vincolante, si erano presentati 76 consorzi per 60 siti in 16 Stati membri, benché quello misuri più l'appetito di chi vuole costruire e incassare fondi europei che non chi comprerà effettivamente i token. Il meccanismo lega però comunque le due cose, dato che chi mette denaro pubblico riceve in cambio una quota proporzionale di accesso da distribuire a ricerca, startup e laboratori;
- I venti miliardi che al vertice di Parigi del febbraio 2025 rappresentavano il fondo che von der Leyen prometteva di mobilitare, oggi sono invece la quota privata che il bando spera di attrarre; mentre la parte pubblica è scesa a circa un terzo del totale, e di quel terzo solo metà viene da Bruxelles. Restano cinque miliardi europei, di cui uno impegnabile e quattro appesi a quel bilancio. Per dare la misura, negli Stati Uniti la sola edilizia dei data center viaggia intorno ai 50 miliardi di dollari l'anno, contro i quattro e mezzo scarsi che il piano europeo distribuisce ogni anno, hardware compreso;
- Il regolamento di EuroHPC esclude dai consorzi le entità dei Paesi che non partecipano al programma, ma il test è sulla nazionalità della società e una controllata europea di un gruppo americano lo supera senza problemi: per questo Henna Virkkunen, vicepresidente della Commissione per la sovranità tecnologica, ha aggiunto che la proprietà di maggioranza dovrebbe restare europea. I processori restano però disegnati da AMD, Nvidia e Qualcomm e fabbricati a Taiwan, e l'accesso è affidato a tre lettere d'intenti — cioè atti non vincolanti — firmate in attuazione dell'accordo commerciale con Washington. A un giornalista, senza girarci intorno, un alto funzionario europeo ha infatti riconosciuto che i fornitori americani sono "onnipresenti".
Adesso
- Il negoziato sul bilancio pluriennale è il passaggio che decide la scala del programma, perché la seconda fase vale la parte grossa dei fondi europei e poggia su stanziamenti non ancora approvati. Se quella dotazione si riducesse, si ridurrebbe con essa la quota di calcolo che i governi potranno distribuire a università e imprese, cioè proprio il ritorno pubblico che giustifica la spesa;
- Il vincolo meno comprimibile, al solito, restano i tempi, dacché fra bando, valutazione, contratti e costruzione le prime macchine si accenderanno (se va bene) nel 2028 e la capacità piena sarebbe distribuita solo sull’ancor più lungo arco dei prossimi sei anni e mezzo. Un problema forse altrettanto grande, visto che i sistemi che dovrebbero girarci sopra cambiano generazione a un ritmo molto più stretto (come mostra la corsa fra i modelli di frontiera degli ultimi anni);
- Von der Leyen, annunciando il piano, aveva evocato il CERN. Quello che il bando finanzia è però un'altra cosa: capacità di calcolo comprata a condizioni europee, con regole comunitarie applicate e accesso riservato in parte a ricerca e piccole imprese. È un risultato utile per chi in Europa l'AI la usa, che lascia intatto il problema — invero forse intrattabile, a questo punto — di chi in Europa avrebbe dovuto costruirla.