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L'Europa non ha giocato la partita dei modelli di fondazione dell’AI, ma può ancora implementare l'intelligenza artificiale in modo strategico

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L'Europa non ha giocato la partita dei modelli di fondazione dell’AI, ma può ancora implementare l'intelligenza artificiale in modo strategico

Cos’è successo

Prendendo atto dello scenario globale già delineato sui modelli di fondazione dell'intelligenza artificiale, l'Europa ha l'opportunità di esprimere la propria forza, concentrandosi sull'adozione rapida e pragmatica di queste tecnologie, superando le resistenze delle medie imprese per integrarle nelle filiere d'eccellenza e consolidando una cooperazione strategica sull'asse atlantico. Nel corso del weekend appena concluso, il team di Future Proof Society ha ospitato il suo summit annuale, quest’anno a Brescia, coinvolgendo centinaia di persone tra panelist e partecipanti. Tra i temi più discussi c’è stata proprio l’AI.

Spesso, in questo genere di situazioni, si cerca di anteporre la ricerca dell’ottimismo, anche di fronte a fatti poco incoraggianti piuttosto evidenti. Gli speaker di FPS 2026 invece hanno dimostrato di non voler fare a pugni con la realtà. Dei numerosi panel che hanno toccato più o meno direttamente l’AI, pressoché nessuno si è lasciato andare all’invocazione di una “AI europea” per contrastare il predominio americano — anche quando quest’ultimo era percepito come ingombrante.

Perché conta

  • Questo elemento è importante innanzitutto per una questione di presa di coscienza. Nessuno si è illuso sul fatto che la partita principale, quella sui foundation model che sono alla base del’IA, non solo sia stata persa, ma che non siano mai realmente esistiti i presupposti per giocarla sin da principio. Dall’europarlamentare Irene Tinagli al country manager di Trade Republic per l’Italia, Luca Carabetta, passando per amministratori delegati come Andrea Rocchetto (Ephos) e Lorenzo Maternini (Perspective AI), la franchezza è stata positiva;
  • Maternini, in particolare, ha sottolineato un aspetto cruciale: al netto degli investimenti — che pure, numeri alla mano, ci sono — uno dei problemi più grandi in Europa rimane la lentezza di adozione. Le imprese europee, spesso di taglia media o piccola, sono storicamente restie al cambiamento; e poiché compongono una fetta enorme del mercato interno, non acquistando ciò che di buono c’è (magari prodotti di aziende AI-first verticali su problemi domestici più specifici) non riescono ad avviare un volano sistemico, che sarebbe fondamentale sia per modernizzare pezzi importanti dei vari Paesi (Italia in primis) sia per giustificare l’impegno economico in progetti più ambiziosi.

Adesso

  • L’insight più chiaro è che l’Europa deve riuscire a far pace con un divario tecnologico sistemica nei pezzi più cruciali della stack, cioè l'insieme di livelli hardware e software necessari per creare e avviare un'applicazione di AI, ma senza per questo rinunciare ad implementare e utilizzare l’intelligenza artificiale nei modi più strategici per i propri bisogni;
  • Alcuni vantaggi ingeniti, come la forte industria manifatturiera, rappresentano un buon esempio (non è un caso che Meta abbia scelto EssilorLuxottica per co-progettare e produrre i Ray-Ban smart glasses); e altre parti della filiera AI possono beneficiare del know-how del Vecchio Continente, mantenendo salda la connessione con la tecnologia sottostante di provenienza statunitense;
  • Su un piano geopolitico, questo significa necessariamente dover immaginare un momento post-Trump e tornare rinsaldare la relazione tansatlantica. Un compito tutt’altro che banale, certamente; ma almeno uno a cui possiamo ragionevolmente ambire.

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