News & BusinessPOLITICA INTERNAZIONALE
Iran: quando crolla la fiducia prima dell’economia
Cosa è successo?
A fine dicembre 2025 l’Iran è entrato in una nuova e più profonda fase di instabilità. Il crollo improvviso del rial, sceso fino a 1,45 milioni per dollaro, ha innescato proteste partite dal Gran Bazar di Teheran, cuore storico dell’economia urbana, e rapidamente diffusasi in oltre 70 città. In sei mesi la valuta ha perso circa il 50% del suo valore, accelerando una dinamica già fragile sotto il peso di inflazione cronica, deficit di bilancio, debolezza bancaria e nuovi shock geopolitici dopo la guerra di 12 giorni con Israele e Stati Uniti. La reazione dei mercanti (serrande abbassate più per paura che per protesta) ha segnato un punto di svolta: con prezzi che cambiavano di ora in ora, vendere significava perdere, non vendere esponeva a controlli e accuse. A questo si è aggiunta una legge di bilancio percepita come una traslazione diretta dei costi dello Stato sulla società, tra tasse più alte, salari sotto l’inflazione e tagli a sussidi, mentre la spesa per le istituzioni ideologiche del regime continuava a crescere. La repressione è stata immediata: centinaia di arresti e almeno 20 morti nelle prime giornate di scontri.
Perché è importante?
Questa ondata di proteste non è solo economica. Come osserva Alex Vatanka, ciò che è collassato prima del rial è stata la fiducia nel sistema di governo. Il nodo centrale non è la congiuntura, ma l’assetto politico costruito attorno alla figura del Ayatollah Ali Khamenei, che da oltre trent’anni concentra il potere, marginalizza le istituzioni elette e privilegia una politica estera ideologica a scapito della sostenibilità economica. Il bilancio 2026 ha reso visibile una frattura ormai strutturale: sacrifici per famiglie e imprese, protezione per gli apparati del regime. È questa asimmetria (più ancora delle tasse o dell’inflazione) ad aver trasformato la frustrazione in rabbia politica aperta, con slogan esplicitamente anti-sistema. Il dato nuovo è l’esaurimento del gradualismo: dopo cinque cicli di proteste in nove anni, nessuno crede più a riforme cosmetiche o a sostituzioni tecniche di facciata. Anche la leva diplomatica appare spuntata, in un contesto internazionale segnato dal ritorno della “massima pressione” statunitense e dall’assenza di reali paracadute da parte di Russia e Cina.
E adesso?
Teoricamente, l’uscita esiste: riequilibrare i poteri, rafforzare il governo eletto di Masoud Pezeshkian, ridimensionare il ruolo degli apparati non eletti, in primis l’IRGC, e riaprire spazi politici e diplomatici. Ma è la strada che la leadership ha mostrato di non voler percorrere. Nella visione di Khamenei, la protesta resta uno strumento dei nemici esterni, non un segnale di fallimento interno. Il risultato è uno stallo pericoloso. Le alternative che si profilano sono tre: un indurimento autoritario con maggiore centralità della coercizione; un collasso progressivo per accumulo di crisi e proteste; oppure una riforma profonda accettata dall’alto per salvare il sistema. La sensazione dominante, oggi, è che l’Iran si muova verso le prime due opzioni. Non per ideologia o speranza rivoluzionaria, ma per esaurimento: quando la vita economica smette di funzionare e il futuro diventa impraticabile, la protesta non è più una scelta politica. È l’ultima forma di sopravvivenza.