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Iran: la chiusura dello Stretto di Hormuz e l'impatto sui prezzi del petrolio
Cosa è successo?
Dopo i raid di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che hanno portato anche alla morte della Guida Suprema Ali Khamenei, la reazione di Teheran ha determinato un blocco di fatto del traffico nello Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota essenziale di gas naturale liquefatto.
I mercati hanno reagito con un immediato shock. Il Brent è arrivato a salire fino al 13% nelle prime contrattazioni, per poi assestarsi attorno a +8%, mentre il gas europeo ha registrato un balzo del 24%. Le Borse sono scese in Europa, negli Stati Uniti e in Asia. Lo Stoxx Europe 600 ha perso circa l’1,8%, con crolli marcati per compagnie aeree e turismo. In parallelo, si è vista una corsa ai beni rifugio: oro in rialzo (intorno a +1,6%), dollaro in rafforzamento e tensione sui titoli di Stato.
Perché è importante?
Dallo Stretto di Hormuz passano le esportazioni di greggio e GNL di paesi chiave come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, fondamentali per l’approvvigionamento energetico di Asia ed Europa. Un’interruzione prolungata metterebbe sotto pressione prezzi, inflazione e crescita globale. Secondo quanto riportato dal quotidiano La Repubblica, non si esclude che, in caso di blocco persistente o danni alle infrastrutture, il petrolio possa superare quota 100 dollari al barile.
C’è però un elemento politico-strategico rilevante: gli Stati Uniti oggi sono sostanzialmente energy independent grazie alla produzione domestica di energia. Questo significa che un eventuale blocco di Hormuz avrebbe per Washington un impatto diretto più contenuto rispetto a quello che subirebbero economie fortemente importatrici. In un contesto di tensione internazionale e in vista delle elezioni di midterm, l’amministrazione americana può permettersi una postura più dura, sapendo che le conseguenze economiche interne sarebbero relativamente attenuate. Inoltre, prezzi elevati del greggio tendono a favorire l’industria energetica americana, rafforzando ulteriormente la posizione interna.
Diverso il quadro per la Cina, che importa una quota significativa del proprio fabbisogno energetico proprio dal Golfo, e per gli stessi Paesi del Golfo, le cui entrate dipendono dalla continuità delle esportazioni.
Allo stesso tempo però, secondo quanto riportato da Morgan Stanley, una parte rilevante del greggio destinato ai mercati internazionali si trova già fuori dal Golfo, elemento che potrebbe attenuare temporaneamente la tensione sull’offerta.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti avrebbero aumentato le esportazioni di circa 1,5 milioni di barili al giorno dall’inizio dell’anno. Riad, in particolare, avrebbe la capacità di convogliare in modo sostenibile fino a 7 milioni di barili al giorno verso il terminale sul Mar Rosso, aggirando lo Stretto di Hormuz attraverso oleodotti alternativi.
Anche la Cina si è mossa in anticipo: negli ultimi sei mesi ha accumulato scorte per circa 1 milione di barili al giorno. Si tratta di cuscinetti importanti, che possono ridurre l’impatto immediato di uno shock, ma che non eliminano il rischio sistemico in caso di crisi prolungata.
E adesso?
I mercati stanno prezzando uno scenario di forte tensione ma ancora reversibile. Se il traffico nello Stretto di Hormuz verrà ripristinato rapidamente, i prezzi potrebbero rientrare. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti possono deviare parte dei flussi, ma non compensare a lungo una chiusura totale.
Se invece la crisi colpisse in modo duraturo le infrastrutture energetiche del Golfo, il mondo affronterebbe un nuovo shock: petrolio sopra i 100 dollari, pressioni inflazionistiche e rischio di rallentamento economico globale.