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Iran: l'escalation e le conseguenze economiche, il rischio di uno shock petrolifero
Cosa è successo
Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran è entrato in una fase di escalation regionale. Agli attacchi israelo-americani iniziati il 28 febbraio 2026 contro infrastrutture militari e nucleari iraniane, l'Iran ha risposto con lanci massicci di missili balistici e droni contro basi americane o alleati degli Stati Uniti nel Golfo: Israele, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain, Kuwait, Arabia Saudita e Azerbaijian.
Gli attacchi iraniani hanno un obiettivo destabilizzante: creare caos, colpire infrastrutture civili e obbligare gli Stati Uniti a interrompere l’intervento sotto la pressione dei suoi alleati regionali.
Negli ultimi giorni, però, l'Iran è riuscito a colpire importanti radar americani siti a Al Dhafra (UAE), Muwaffaq al Salti (Giordania) – oltre alle capacità militari americane in Bahrain – ottenendo così un importante risultato strategico militare, forse coadiuvato dalla Russia che avrebbe passato informazioni di intelligence a Teheran.
L'Iran ha anche accusato gli USA di aver colpito un impianto di desalinizzazione per acqua dolce sull'isola di Qeshm, interrompendo la fornitura idrica a circa 30 villaggi. L'evento segna un'escalation verso infrastrutture civili critiche. Non risultano attacchi iraniani sistematici su impianti di desalinizzazione nel Golfo persico (dove sono concentrati i maggiori rischi), ma Teheran ha colpito centrali elettriche che alimentano alcuni di essi (Fujairah), aumentando la vulnerabilità.
Gli Stati Uniti e Israele hanno condotto oltre 2.000 sortite aeree, distruggendo depositi di carburante, infrastrutture logistiche, numerosi TEL (lanciatori mobili per missili balistici) e siti di produzione/stoccaggio di droni e munizioni. L'obiettivo dichiarato è degradare la capacità missilistica iraniana e prevenire ulteriori ritorsioni.
L'instabilità si riflette pesantemente sui mercati energetici. Il Kuwait ha dichiarato force majeure e tagliato produzione petrolifera in diversi campi (e raffinerie) per accumulo di scorte dovuto alla quasi chiusura dello Stretto di Hormuz; situazioni simili in Iraq, con rischi per UAE e Arabia Saudita. Il prezzo del petrolio è salito bruscamente: Il Brent ha toccato 92-93 dollari al barile e il timore è che i 100-150$ vengano raggiunti a breve. Ciò si riflette sui mercati obbligazionari, dove i rendimenti stanno salendo velocemente.
Perché è importante
L’Iran non ha praticamente più capacità di difesa. Il Paese può quindi solo scegliere tra la resa o l’offesa, colpendo gli alleati americani nella regione come strumento di coercizione su Washington. Poichè la resa è, al momento, esclusa, lo scontro si sposta su tre livelli:
Tecnologico-industriale: la domanda è se Stati Uniti e Israele saranno abbastanza rapidi ed efficaci nel distruggere depositi e siti produttivi di droni e missili balistici iraniani da obbligare Tehran alla resa, o se viceversa gli iraniani riusciranno a produrne e lanciarne a sufficienza da imporre un tale livello di distruzione nel Golfo così da obbligare gli USA e Israele ad una retromarcia. Finora, stati Uniti e Israele hanno condotto un’ampia campagna aerea che avrebbe portato alla distruzione di oltre 300 lanciatori mobili TEL (Transporter-Erector-Launcher) iraniani, neutralizzando più del 60% della capacità di lancio balistico di Teheran e contribuendo a una riduzione del 90% negli attacchi missilistici iraniani.
Industriale-economico. USA e Israele hanno un parziale vantaggio: la rappresglia iraniana infligge su di loro solo una minima parte dei costi. I droni Shahed costano però tra $20-50,000 mentre i missili balistici iraniani $1-2 milioni, mentre intercettori Patriot PAC-3 costano $3-4 milioni e i THAAD $10-13 milioni. Patriot e THAAD sono inefficaci e inefficienti contro i droni. A ciò si aggiunge che la produzione iraniana di droni e missili balistici è superiore a quella di Patriot e THAAD.
Economico-energetico. Il rischio più grave riguarda le infrastrutture idriche del Golfo. Paesi come Arabia Saudita, UAE, Kuwait e Qatar dipendono per il 70-90% da impianti di desalinizzazione per l’acqua potabile. Un attacco sistematico (finora evitato da Teheran, forse come leva negoziale) potrebbe causare crisi umanitarie immediate per milioni di persone, con evacuazioni forzate. Il Golfo resta inoltre uno snodo centrale per produzione e transito di gas e petrolio, e altri materiali, tra cui l’elio – attualmente entrambi fortemente limitati o addirittura interrotti.
E adesso?
Il rischio di uno shock petrolifero è elevato. L’economia globale potrebbe trovarsi improvvisamente ad assorbire costi energetici aumentati anche del 100-200%. Particolarmente esposta sarebbe l’Asia, che dipende dall’energia e dall’elio mediorientale per sostenere la produzione microelettronica. Un’interruzione prolungata delle forniture impatterebbe quindi l’intera filiera tecnologica globale, compresa quella legata all’intelligenza artificiale.
Ciò si rifletterebbe inevitabilmente sulle borse, dove le aziende tecnologiche osserverebbero una correzione, portando dietro con se tutto il mercato mondiale, visto il loro peso nei listini e portafogli – anche perchè Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita stanno investendo decine di miliardi di dollari in data center e infrastrutture digitali. Se la crisi dovesse prolungarsi, non solo l’offerta energetica globale verrebbe ridotta, ma potrebbe contrarsi anche una parte importante della domanda tecnologica.
Lo scenario ricorda la stagflazione degli anni Settanta, ma in forma amplificata: oggi l’energia è integrata in catene di valore globali molto più complesse – semiconduttori, intelligenza artificiale, trasporti e produzione industriale avanzata. Un eventuale shock energetico si trasmetterebbe quindi rapidamente all’intera economia globale.
Russia e Ucraina stanno venendo risucchiate in questo scontro, con la prima che avrebbe fornito intelligence all’Iran, per colpire gli Stati Uniti, e la seconda contattata da Washington e capitali del Golfo per fornire capacità e tecnologie contro gli Shadeh iraniani. Al momento, il conflitto rafforza la Russia, che può contare su maggiori prezzi degli idrocarburi. A regime, bisognerà vedere se l’Ucraina vedrà ulteriormente ridotte le sue forniture di armi occidentali o se, viceversa, queste aumenteranno, in virtù dell’aiuto offerto in Medio Oriente. La Cina non ha ancora preso posizione netta. Da una parte, Pechino è in parte l’obiettivo designato della campagna: se anche l’energia iraniana dovesse finire sotto l’influenza americana, dopo il Venezuela, la Cina vedrebbe la sua crescita minacciata; dall’altra, il consumo di missili americani in Medio Oriente, riduce le scorte necessarie per contrastare un’eventuale campagna a Taiwan.