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Iran: il regime change non è più l'obiettivo di Trump
Da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato la guerra contro l'Iran, il 28 febbraio, l'amministrazione Trump ha parlato in modo apertamente contraddittorio sull'obiettivo del regime change. Sabato 28 febbraio, nel primo giorno di guerra, Trump aveva incoraggiato gli iraniani a ribellarsi e a far cadere il regime, lo stesso giorno in cui un bombardamento israeliano su Teheran uccideva la Guida suprema Ali Khamenei.
Cosa è successo?
Lunedì il tono è cambiato: in un discorso alla Casa Bianca Trump ha elencato quattro obiettivi di guerra:
- distruggere le capacità missilistiche iraniane;
- annientare la marina;
- impedire il nucleare;
- interrompere il sostegno alle milizie alleate.
Tutto ciò senza fare più menzione del regime change. Poche ore dopo il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha detto che rovesciare il governo iraniano "non è l'obiettivo", aggiungendo però di "sperarlo". Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha chiuso con una frase che riassume tutta la confusione: "Questa non è una guerra per cambiare il regime, ma il regime è sicuramente cambiato".
Perché è importante?
La contraddizione non è un dettaglio secondario: definire o non definire il regime change come obiettivo cambia radicalmente la natura, la durata e la legittimità dell'intera operazione. Se l'obiettivo è indebolire militarmente l'Iran e smantellarne il programma nucleare, la guerra ha una logica e una possibile conclusione. Se l'obiettivo è rovesciare il governo, si apre uno scenario ben diverso, ovvero quello iracheno, che Trump stesso ha sempre criticato come un fallimento.
E adesso?
Quello che emerge con chiarezza, al di là delle dichiarazioni, è che gli Stati Uniti stanno ammassando ulteriori forze in Medio Oriente e che Trump si è detto pronto a proseguire le operazioni ben oltre le quattro settimane inizialmente pianificate. Il generale Usa Dan Caine ha spiegato che gli attacchi finora hanno mirato soprattutto a distruggere le difese iraniane per garantire la superiorità aerea, il che suggerisce che la fase più intensa debba ancora arrivare, come ha confermato Trump stesso. Sullo sfondo resta la questione nucleare: l'Iran aveva ripreso ad arricchire uranio in grandi quantità, i negoziati delle scorse settimane erano falliti, e ora quella partita si gioca sul campo. La domanda a cui Washington non ha ancora risposto è la più semplice: cosa succede dopo.