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Iran: gli effetti sull'Ue della chiusura di Hormuz e della sospensione della produzione di gas in Qatar

3 min di lettura

Se si guarda ai dati, si nota come solo una parte relativamente ridotta (circa il 5%) del petrolio o del gas che transita per lo stretto di Hormuz sia diretta effettivamente in Europa. Lo stesso vale per il gas qatarino, la cui produzione è stata sospesa in queste ore, che contribuisce al paniere energetico per circa il 15%. La stragrande maggioranza del traffico di petroliere e di navi GNL che attraversano Hormuz, e la stragrande maggioranza del gas qatarino, hanno mete diverse dall’UE, e prendono la volta di Cina, India e Taiwan.
Pur in questo scenario, relativamente rassicurante per l’UE e i suoi approvvigionamenti energetici, sarebbe un errore pensare che la questione non ci riguardi. Anzi. È vero il contrario. Per varie ragioni.

  • Il blocco di Hormuz e quello della produzione qatarina di gas hanno tolto (almeno in questa fase) dal paniere delle forniture globali di petrolio e gas una fetta molto importante di combustibili fossili. Questo, per la banale legge di domanda e offerta, porterà i prezzi a salire complessivamente e a livello planetario. Inoltre è possibile che India, Cina e Taiwan possano offrire ai produttori di pagare prezzi più alti di quelli praticati dall’UE (dove tra l’altro, fino allo scorso 31 gennaio, vigeva il price cap, scaduto e non rinnovato).
  • Un complessivo rincaro dei prezzi potrebbe portare anche l’UE, che pure importa da altri fornitori, a pagare prezzi più alti.
  • Ad avvantaggiarsi di questa situazione di emergenza globale potrebbero essere gli USA (che però potrebbero avere difficoltà in termini di estrazione e produzione) e soprattutto la Russia, i cui magazzini sono pieni per le sanzioni che vietano a Mosca di commerciare con gli altri Paesi. Questo potrebbe rinvigorire l’economia russa e di conseguenza la sua potenza bellica in Ucraina, conflitto che riguarda da vicino l’UE.
  • L’aumento dei prezzi delle fonti fossili potrebbe portare a un complessivo rincaro della produzione e dunque a una nuova fiammata di inflazione, che potrebbe soffocare la già fragile crescita economica UE e soprattutto seminare malcontento sociale, cosa che storicamente alimenta il consenso elettorale dei partiti anti-sistema di estrema destra e di estrema sinistra, uniti, in ogni caso, da un forte antieuropeismo e da un altrettanto pronunciato filoputinismo.
  • Il ripresentarsi dell’inflazione,potrebbe costringere la BCE a rialzare i tassi di interesse, con conseguente effetto depressivo sulla crescita.

Oltre all'energia, il conflitto sta deviando il commercio marittimo. Le navi cargo evitano il Canale di Suez a favore della rotta intorno all'Africa. Questo aumenta drasticamente i costi dei noli e i tempi di consegna, trasferendo il rincaro su ogni tipo di bene importato dall'Asia.
In teoria e a rigor di logica, questa crisi dovrebbe coincidere con un’accelerazione in direzione della transizione energetica che, per un’UE priva di materie prime, è un asset strategico. Nonostante questo, esistono ostilità politiche (dalla destra, ma anche dal centro del PPE) ed economiche (sono necessari investimenti corposi che l’attuale congiuntura di crisi potrebbe rendere rari e difficili) oltre che innescare una sostanziale dipendenza dalla Cina, leader nella produzione di infrastrutture necessarie alla produzione di rinnovabili, come pannelli solari e pale eoliche.

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