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Iran: basi americane in Italia, chi decide se e come utilizzarle
Cosa è successo?
Dopo l’offensiva di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, le basi americane sul territorio italiano sono tornate al centro del dibattito. I partiti di opposizione hanno chiesto spiegazioni al ministro della Difesa, Guido Crosetto, dopo che era emerso lo scalo di velivoli militari statunitensi nella base di Sigonella, in Sicilia. La risposta: "Sull'utilizzo delle basi valgono i trattati".
Sigonella è stata usata per funzioni logistiche e di rifornimento, come punto di lancio del drone Global Hawk per il monitoraggio, e come base di partenza di un Boeing Poseidon in missione di pattugliamento verso il Medio Oriente. A Niscemi è attivo il sistema MUOS, ovvero una delle quattro super-antenne mondiali che supportano via satellite le operazioni militari americane, utilizzato per raccogliere informazioni in tempo reale sull'Iran e sul Golfo. Non si tratta di episodi isolati: in Italia sono presenti circa 120 basi militari tra NATO e USA, più di 12.000 soldati americani, e nel Mediterraneo è di stanza la VI flotta statunitense. Le principali installazioni comprendono Aviano (con armi nucleari), Camp Darby, Ghedi, Gaeta, Napoli e appunto Sigonella.
Perché è importante
La questione non è solo militare ed è delicata sia dal punto di vista costituzionale, sia geopolitico. Il quadro giuridico definito dal Trattato NATO SOFA del 1951, dal Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 e dal Memorandum Italia-USA del 1995, stabilisce che per operazioni offensive serve l'approvazione dell'Italia, ma che per tutte le attività "non cinetiche", Washington può disporre autonomamente delle proprie strutture, contattando i vertici italiani solo in via consultiva. In pratica, la distinzione tra logistica e offensiva è sottile, e la decisione finale resta sempre americana.
Per quanto riguarda l'arsenale nucleare, il meccanismo è diverso: le armi atomiche presenti ad Aviano possono essere usate per difendere un qualsiasi paese NATO (non necessariamente l'Italia) su decisione del Consiglio dell'Alleanza Atlantica, senza che il governo italiano possa opporsi. Tutto ciò rispecchia una condizione strutturale: far parte della NATO permette all'Italia di mantenere spese militari contenute, ma dal territorio italiano possono essere avviate missioni in tutta Europa e nel bacino del Mediterraneo, con tutto ciò che ne consegue in termini di esposizione. Il rischio di ritorsioni iraniane dirette contro l'Italia è considerato basso: Teheran conosce il ruolo logistico delle basi italiane e calibra i propri messaggi di deterrenza con precisione, come dimostra l'attacco simbolico con danni minimi alla base britannica a Cipro. Il rischio reale, invece, è interno: l'intelligence italiana ha segnalato la minaccia di attentati da parte di cellule legate ad Hamas o ad altri attori di prossimità iraniana, con il governo che ha già elevato il livello di allerta su 28.000 siti sensibili.
E adesso?
Il Governo italiano ha dichiarato di opporsi al coinvolgimento offensivo, ma sta valutando l'invio di sistemi di difesa aerea Samp-T ai paesi del Golfo colpiti dai droni iraniani, il che configura comunque un sostegno attivo a una delle parti. Il dibattito politico interno si è riaperto, con una parte dell'opposizione che chiede maggiore trasparenza sui termini reali degli accordi con Washington e sui limiti entro cui l'Italia può dire no. La domanda che resta sullo sfondo, e che ogni nuova crisi mediorientale ripropone, è fino a che punto la sovranità formale dell'Italia sulle proprie basi corrisponda a una sovranità reale sulle decisioni che le riguardano.