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Intel si allea con Musk per produrre i chip AI negli Usa

3 min di lettura

Cosa è successo

Intel ha annunciato il suo ingresso nell’ambizioso progetto Terafab di Elon Musk, impegnandosi con Tesla, SpaceX e xAI a "ripensare dall'interno la tecnologia delle fabbriche di chip". Il Ceo Lip-Bu Tan ha incontrato Musk nel weekend precedente l'annuncio; ne è uscita una foto con stretta di mano davanti al logo Intel e il titolo in rialzo del 4% in giornata. Sul resto — cifre, ruolo operativo, tempistiche, struttura societaria — silenzio: nessun filing SEC, nessun comunicato con numeri. Musk aveva già evocato la possibilità di lavorare con Intel a novembre ("non abbiamo firmato niente, ma vale la pena parlarne"); adesso vale la pena, almeno a parole.


Quattro giorni prima dell'annuncio, Tesla aveva riassunto Anant Nivarti — responsabile del team di supercomputing di Tesla, “Dojo”, tra il 2017 e il 2025 — come silicon engineering lead. Il team era stato dissolto ad agosto 2025.

Perché è importante

Terafab ha un'assenza strutturale evidente, che avevamo già segnalato: nessuno nel triangolo Tesla-SpaceX-xAI ha mai costruito una wafer fab. Intel sì — e rimane una delle poche aziende al mondo con l'esperienza manifatturiera per farlo. Su questo, il suo ingresso porta per la prima volta qualcosa di concreto in un progetto che finora ha vissuto sostanzialmente di annunci.


Intel è però in piena ristrutturazione. La divisione foundry ha bruciato $10,3 miliardi in perdite operative nel 2025; il governo americano è diventato il suo azionista principale con l'8,4% delle quote dopo un salvataggio da $9 miliardi; l'ex-Ceo Gelsinger è stato allontanato dopo aver perso la fiducia del board. Tan sta ricostruendo pezzo per pezzo la credibilità del chipmaker — e un accordo con Musk, nell'industria dei semiconduttori, vale come una vetrina irripetibile. (Il titolo lo ha già incassato.)


I dettagli, tuttavia, latitano. "Ripensare dall'interno la tecnologia fab" è una formula comoda che non impegna nessuno: nulla sulla portata, nulla sull'investimento, nulla sui meccanismi operativi. L'assenza di un filing SEC — obbligatorio se la partnership fosse finanziariamente rilevante — indica che il deal è ancora esplorativo, o che Intel abbia un ruolo più limitato di quanto l’annuncio suggerisca: advisor, interlocutore di prima fase, o qualcosa di ancora meno definito. Nessuna di queste opzioni è priva di valore, ma non sarebbe nemmeno un’architrave di Terafab.


Il subplot Dojo completa il quadro — Tesla aveva dissolto il proprio team di chip nell'agosto 2025, segnale implicito di una dipendenza crescente da fornitori terzi. Richiamare il suo responsabile storico quattro giorni prima dell'accordo con Intel suggerisce una doppia traiettoria: Intel come partner esterno per l'asse principale, capacità interna da ricostruire in parallelo. Una logica industriale ragionevole, almeno su carta.

E adesso?

Se Terafab dovesse avanzare anche in forma ridotta, Intel avrebbe agganciato uno dei clienti più voluminosi del settore e dato alla sua 18A (il processo manifatturiero a 2nm) il banco di prova che aspettava. Se invece il progetto si dovesse impantanare — nei capitali, nei tempi, nelle complessità produttive che il settore già stima nell'ordine delle decine di miliardi su più anni — Intel avrebbe legato il proprio rilancio alla sua scommessa più difficile degli ultimi decenni. Musk è esposto diversamente, poiché in questo stadio Terafab può fallire (o anche solo ridimensionarsi) senza scalfire la traiettoria di Tesla o SpaceX e xAI.


Resta poi la parte del progetto che nessun partner con i piedi per terra risolve: i data center in orbita, il "galactic-scale computing", i chip progettati per lo spazio. Gartner ha già dato il proprio verdetto senza eufemismi, definendolo “follia assoluta”. Le barriere concrete (radiazioni, raffreddamento, connettività, etc.), del resto, non si risolvono firmando un accordo ad Austin.

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