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Il walled garden di Apple scricchiola su due fronti

3 min di lettura

Cosa è successo

Apple ha bloccato gli aggiornamenti di Replit e Vibecode sull'App Store, citando la guideline 2.5.2 — una regola del 2010 che vieta alle app di scaricare o eseguire codice che ne alteri le funzionalità dopo la review. Replit non pubblica un aggiornamento da gennaio; nel frattempo è scesa dal primo al terzo posto nella classifica dei tool gratuiti per sviluppatori. Per riottenere l'approvazione, deve spostare l'anteprima delle app generate in un browser esterno anziché mostrarla in-app. Vibecode ha ricevuto una richiesta più invasiva: rimuovere del tutto la possibilità di generare software specificamente per dispositivi Apple.

Nella stessa settimana, dall'altra parte del mondo, Tim Cook è volato a Chengdu per un evento celebrativo, pochi giorni dopo che l'azienda aveva annunciato il taglio delle commissioni sull'App Store cinese dal 30% al 25%, in seguito a "discussioni con il regolatore". Il People's Daily ha risposto chiedendo ancora di più — pagamenti di terze parti, apertura dell'ecosistema.

Perché è importante

La guideline citata contro Replit è tecnicamente difendibile. Ma l'enforcement è selettivo, in modo rivelatore. Vercel v0, che genera app con AI, non è stato toccata, perché tecnicamente crea web app, non software per piattaforme Apple. E Xcode, il tool stesso di Apple, ha integrato a febbraio agenti AI di OpenAI e Anthropic che costruiscono app da prompt in linguaggio naturale: stesso concetto di Replit, stessa logica del vibe coding. Una differenza legata alla distribuzione più che una tecnica: le app programmate con Xcode passano per la review di Apple e finiscono sull'App Store, quelle generate con Replit o Vibecode potrebbero non farlo mai.
Apple non è contro il vibe coding. È contro il vibe coding che le sfugge di mano.

Il problema strutturale è che il review model dell'App Store è stato pensato per un mondo in cui le app le scrivono i programmatori. In uno in cui chiunque genera software da un prompt, la distinzione tra "app" e "contenuto generato dinamicamente" inizia a sgretolarsi — e con essa la logica su cui si reggono i $100 miliardi annui che Apple raccoglie come pedaggio sull'ecosistema iOS. Replit ha raccolto $400 milioni a una valutazione di $9 miliardi poche settimane fa. Il mercato del vibe coding è in piena espansione, e Apple lo sa.

La storia cinese parla la stessa lingua, declinata in chiave geopolitica. La concessione sul 30% era già un passo insolito per un'azienda che per quindici anni ha difeso quella commissione come dogma. Averla fatta sotto pressione regolatoria, e vederla subito usata dal People's Daily come trampolino per alzare ulteriormente la posta, segnala un rapporto di forza che si sta spostando. In Cina Apple non può permettersi di perdere: il mercato vale troppo, e le alternative — Huawei, soprattutto, dopo il ritorno dei suoi chip — sono più credibili che in passato.

E adesso?

Replit e Vibecode sono vicine a ottenere l'approvazione dopo le modifiche richieste, benché questo potrebbe costituire un precedente nel breve termine. Chi vuole fare vibe coding dentro l'App Store deve operare nei termini di Apple, insomma, altrimenti tocca portare il risultato fuori dall'ecosistema. Nel medio, la pressione si accumula: dai regolatori europei (il Digital Markets Act impone già sideloading), da quelli cinesi, e ora dall'evoluzione tecnologica stessa. Il giardino murato non è a rischio di crollo immediato. Ma qualche crepa si vede.

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