EditorialePOLITICA INTERNAZIONALE
Il Piano Mattei si allarga, ma le risorse sono 1,5 mld su 5,5 mld previsti
Cosa è successo?
Giorgia Meloni ha annunciato che nel 2026 il Piano Mattei si estenderà a quattro nuovi paesi: Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Gabon e Zambia, portando il totale delle nazioni coinvolte a diciotto. L'annuncio è arrivato al convegno "Laying the Groundwork for Jobs in Africa" ospitato dalla Banca d'Italia, dove Meloni ha anche presentato l'apertura a Roma di un ufficio permanente dell'International Finance Corporation della Banca Mondiale, definita una "scelta strategica" per creare un ponte tra il sistema produttivo italiano, i mercati africani e gli strumenti finanziari internazionali. La premier ha ribadito la filosofia del piano con una formula ormai diventata il suo mantra sull'Africa: "Meno frammentazione, più coordinamento; meno retorica”.
Perché è importante?
Il Piano Mattei è oggi la principale scommessa geopolitica dell'Italia nel lungo periodo, e l'unica area in cui Roma riesce a ritagliarsi un ruolo davvero da protagonista sulla scena internazionale, nonostante il Piano Mattei sia collegato e supportato dal Global Gateway europeo. L'idea di fondo, ovvero quella di costruire un partenariato con l'Africa basato su investimenti concreti invece che su aiuti e assistenzialismo, risponde a una logica strategica solida in un momento storico in cui Cina, Russia e Paesi del Golfo competono per l'influenza sul continente. Tuttavia, i numeri raccontano una storia diversa. Sommando le dotazioni finanziarie di cui a settembre 2025 si ha notizia di una chiara provenienza, l'impegno non supera gli 1,5 miliardi di euro su 5,5 miliardi previsti, meno di un terzo del totale annunciato, a metà percorso del primo quadriennio. E anche quei 5,5 miliardi, a guardare da vicino, non sono soldi nuovi: provengono per 3 miliardi dal Fondo italiano per il Clima stanziato dal governo Draghi e per 2,5 miliardi da fondi di cooperazione allo sviluppo già esistenti, senza nessun investimento addizionale.
E adesso?
Nei prossimi mesi la sfida sarà trasformare le numerose iniziative "avviate" in risultati misurabili, in un momento in cui l'agenda di politica estera italiana è già sotto pressione per la crisi in Iran e le tensioni con Washington.