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Il discorso di Draghi alla KU Leuven University: la laurea honoris causa e l’allarme sul futuro dell’Europa
Cosa è successo?
Mario Draghi era a Lovanio, alla KU Leuven, per ricevere una laurea honoris causa. Un contesto accademico di massimo prestigio, pensato non per l’attualità politica ma per riflettere sul lungo periodo, sul destino delle istituzioni e sulle grandi traiettorie dell’Europa. Ed è proprio qui, che Draghi ha scelto di lanciare un avvertimento netto sul futuro dell’Unione europea. L’ex Presidente del Consiglio ha affermato che il mondo su cui l’Europa ha costruito il proprio modello economico e politico non esiste più. L’ordine internazionale fondato su regole condivise, apertura dei mercati e cooperazione multilaterale si è progressivamente dissolto, sostituito da una competizione tra potenze in cui contano la forza industriale, la capacità di investire su larga scala, il controllo dell’energia, delle tecnologie e delle catene globali del valore.
Draghi ha spiegato che in questo nuovo scenario l’Europa è strutturalmente esposta. Lo è da un lato, perché resta profondamente frammentata: decisioni lente, competenze disperse, interessi nazionali che prevalgono su quelli comuni. Dall’altro, perché ha rinunciato a considerare industria, tecnologia ed energia come strumenti di potere. Il rischio di deindustrializzazione, nel suo discorso, non è una previsione astratta ma una tendenza già in atto: senza politiche industriali coordinate e investimenti comparabili a quelli di Stati Uniti e Cina, l’Europa perde capacità produttiva, innovazione e occupazione qualificata. E perde, soprattutto, autonomia.
Il passaggio più rilevante riguarda la subordinazione. Draghi non parla di un’Europa marginale per mancanza di valori o competenze, ma di un’Europa che, proprio perché divisa, finisce per adattarsi alle strategie degli. Gli Stati Uniti e la Cina agiscono come potenze politiche ed economiche integrate, capaci di usare commercio, sussidi, tecnologia e sicurezza come leve strategiche. L’Unione europea, invece, resta prevalentemente uno spazio regolatorio: molto efficace nel definire norme, molto meno nel sostenere e proteggere i propri interessi strategici. In questo squilibrio, la dipendenza diventa strutturale.
Perché è importante?
È importante per noi europei perché il discorso di Mario Draghi non parla dell’Europa in astratto, ma del nostro spazio politico, economico e sociale concreto. Parla delle condizioni che rendono possibile o meno il nostro modello di benessere, di lavoro, di sicurezza. Quando Draghi dice che l’Europa rischia di diventare subordinata, non sta evocando una categoria geopolitica lontana: sta dicendo che le scelte fondamentali su industria, tecnologia, energia e sicurezza rischiano sempre più spesso di essere prese altrove, e che noi finiremo per adattarci.
E adesso?
La questione posta da Mario Draghi non può essere archiviata. Il rischio, per l’Europa oggi non è una crisi improvvisa ma una progressiva normalizzazione del declino: meno capacità industriale, meno autonomia tecnologica, minore peso politico, maggiore dipendenza dalle decisioni altrui. Ed è un processo che avanza anche senza shock, semplicemente per inerzia.