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Il decreto italiano sull'AI Act trasforma il rischio dell'intelligenza artificiale in un motivo per pagare di più i liberi professionisti

Cos’è successo
Tra gli schemi di decreto con cui l'Italia adatta il proprio ordinamento all'AI Act europeo — approvati dal Consiglio dei ministri il 10 giugno — ce n'è uno che tocca un nervo molto italiano, le parcelle. L'articolo 48 stabilisce che l'uso di sistemi di AI da parte di un libero professionista "può comportare una modulazione dell'equo compenso" — il minimo tariffario reintrodotto nel 2023 — secondo parametri agganciati alla classificazione di rischio dell'AI Act. Entro dodici mesi, i decreti che fissano quei parametri (le tabelle ministeriali che stabiliscono quanto vale una prestazione) andranno integrati con i nuovi criteri.
E la direzione dell’aggiustamento, spiega la relazione al testo, è verso l'alto — una maggiorazione. Usare un'AI a rischio più elevato richiederebbe dunque più verifica, competenze, sorveglianza e responsabilità, che "giustificano un adeguamento del compenso"; benché il tutto sia descritto "come possibilità ('può comportare'), non come automatismo". L'intento dichiarato, naturalmente, che l'automazione non faccia scendere il valore del lavoro intellettuale.
Perché conta
Dappertutto l'AI è una storia di produttività — più risultato e più in fretta, a costo minore (e, a volte, maggiore qualità; benché questo sia ancora largamente contestabile in molti casi). L'Italia è però forse l'unico Paese dove lo Stato lo scrive in una legge come ragione per far pagare di più. E lo fa senza rimettere in discussione il meccanismo dell’equo compenso, bensì infilandoci dentro l'AI solo come un parametro in più.
- Che un professionista debba controllare i risultati potenzialmente rischiosi di un'AI — e saperlo fare — rispondendone è vero, e può in principio giustificare un compenso. Ma resta netto il rovesciamento: l'AI, che ovunque abbassa il costo del lavoro ripetitivo — ricerche, bozze, riassunti, calcoli, traduzioni, data entry, etc. — qui per legge diventa un rincaro. Che finisce alle categorie già protette dall'equo compenso, e passa da parametri che gli ordini — gli enti che governano avvocati, commercialisti e le altre professioni regolamentate — contribuiscono a definire. Gli stessi minimi tariffari che l'Italia aveva smontato tra il 2006 e il 2012, controcorrente con la concorrenza europea, e poi in parte recuperato con l'equo compenso del 2023;
- Invece di chiedersi se e quanto l'AI cambi il valore di una prestazione — domanda scomoda, che in prospettiva può ragionevolmente spingere i compensi verso il basso e mettere in discussione l'impianto ancora largamente novecentesco di tante professioni — il decreto la aggancia alla macchina esistente dei parametri. Una macchina che, fatalmente, contribuiscono a governare gli ordini medesimi: la stessa relazione illustrativa che accompagna il decreto legislativo sotto esame motiva i dodici mesi anche con la necessità di "acquisire i pareri degli ordini professionali". Chi incasserà il sovrapprezzo aiuta a fissarlo;
- C’è poi un contrasto di fondo su come viene recepito il concetto stesso di rischio, la cui classificazione nell'AI Act europeo è, prima di tutto, una tassonomia di sicurezza: "alto rischio" sono la biometria (il riconoscimento facciale), le infrastrutture critiche, i sistemi che selezionano il personale — non l'assistente/chatbot che scrive una bozza. Gli strumenti che usano i professionisti in questione — si pensi ad un avvocato con Copilot o un commercialista con ChatGPT — sono quasi tutti in fondo alla scala. Agganciare la maggiorazione al "rischio alto" costruirebbe una leva sostanzialmente inesistente.
Adesso
- Per ora è uno schema, nemmeno ancora trasmesso al Parlamento. Ma il grosso non si decide nel testo di legge, bensì nei decreti attuativi che entro dodici mesi tradurranno le classi di rischio in parametri economici. Lì, e col parere degli ordini, si misurerà quanto pesa il rincaro;
- Il nodo che il decreto aggira, intanto, resta. Se l'AI rende una perizia o un parere più rapidi, per il cliente la parte ripetitiva vale meno, mentre una quota del lavoro del professionista si sposta dalla produzione alla verifica della macchina. Blindare il minimo con una maggiorazione protegge la categoria dall'esito che l'AI rende maggiormente probabile — la pressione al ribasso — invece di attraversarlo;
- L'equo compenso italiano — minimi tariffari che l'Europa storicamente osteggia — è già terreno delicato, e l'AI dentro non lo semplifica. Ma la traiettoria, intanto, è quella: davanti a una tecnologia che riscrive il lavoro qualificato, l'Italia sembra intenta ad aggiornare il tariffario, non a chiedersi se regga ancora.