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Il 27 luglio l'Ue deciderà se Google dovrà condividere coi rivali i dati ottenuti con il suo dominio sul 90% delle ricerche online

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Il 27 luglio l'Ue deciderà se Google dovrà condividere coi rivali i dati ottenuti con il suo dominio sul 90% delle ricerche online

Cos’è successo

Il 27 luglio la Commissione europea deciderà, in via vincolante, su due casi su Google aperti sotto il Dma — il regolamento Ue che obbliga i giganti tech designati come "gatekeeper" ad aprire i propri sistemi alla concorrenza. I rimedi sono due. Sul motore di ricerca, Google dovrà condividere coi rivali i dati di ricerca anonimizzati "alla pari" — cioè della stessa qualità e granularità — di quelli che vede internamente: le query digitate, i click, il ranking dei risultati. In altri termini, non potrà riassunti generici o parziali, ma dati precisi al millimetro. Su Android, Google dovrà togliere a Gemini lo status di unico servizio AI integrato, aprendo lo stesso accesso di sistema ad altri.

Google — che da sola vale circa il 90% delle ricerche mondiali — non risponde sul piano della concorrenza, ma su quello della sicurezza. E lì, i suoi capi della sicurezza avvertono: su Android, frodi in aumento "nel giro di settimane"; sui dati di ricerca, un'anonimizzazione con "debolezze profonde" e piccole startup europee che "verranno hackerate".

Perché conta

  • Il Dma colpisce il gioiello, Search — e dunque le query, i click e il ranking che solo Google ha da anni, cioè il fossato dietro quel 90% che nessun rivale può ricostruire da sé. Riformularne la cessione sotto lo spauracchio, sia pur legittimo, dell’ipotesi di hackeraggio sposta la partita dal terreno dove Google perde — perché è un monopolio — a quello dove può vincere: chi è contro la privacy?;

  • Non che la preoccupazione sia inventata, appunto: le query di ricerca sono insieme il dato più intimo e il più prezioso che Google possiede, e lo scudo privacy funziona proprio perché l’azienda può dire il vero sulla sensibilità dei dati da proteggere mentre difende il valore commerciale della propria gallina dalle uova d’oro. Re-identificarle — risalire dalla riga anonima alla persona — è un rischio reale. È anche vero, però, che Google condivide di continuo dati anonimizzati con terzi di sua scelta giurando che la pratica sia sicura, mentre si allarma solo quando i destinatari sono concorrenti;

  • Il trattamento rigidamente binario, infatti, non è inevitabile. Lo standard di legge non chiede di azzerare ogni rischio teorico, ma di ridurlo a un livello insignificante — cosa che, sostengono i concorrenti, è parte della proposta dell’Ue. E la questione è verificabile, perché i dati Google ce li ha: basterebbe far validare l'anonimizzazione da esperti indipendenti, come chiedono i ricercatori. Una strada che Google non imbocca; e il sospetto è che un esame capace di promuoverla le toglierebbe l'obiezione con cui difende la sua risorsa più preziosa.

Adesso

  • Il 27 luglio la Commissione dovrà pesare un rischio reale contro un vantaggio accumulato, con le tutele già scritte nelle sue proposte: audit indipendenti per chi riceve i dati, contratti che vietano la re-identificazione, conservazione sicura. La cornice di Google preferisce non vederle.

  • C’è anche, naturalmente, un discorso di precedente, che fa il paio con Apple e il sottotesto dell’integrazione dell’AI nei sistemi operativi mobili. Se il messaggio allarmista di Google dovesse passare, sarebbe ripreso dagli altri gatekeeper. E benché la tensione tra privacy e safety sia genuina anche in questo caso — con preoccupazioni lecite legate alla sicurezza dei dispositivi e i dati dell’utente che contengono — il DMA vuole imporre ai due giganti la possibilità che altri player (quindi non solo Gemini e Siri) abbiano il medesimo tipo di accesso all’hardware. La risposta di Apple, in via preventiva, è stata quella di annunciare che Siri AI non arriverà infatti in Europa.

  • Qualunque cosa decida la Commissione, la partita non si chiuderà lì: Google ha già chiesto di riscrivere il DMA e contesterà i punti che non le tornano — e ogni mese di ricorsi è un mese di mercato che resta chiuso. Il 27 luglio fisserà il principio; l'attuazione, coi suoi tempi lunghi, dirà se vale anche per chi può permettersi di trascinarla per anni.

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