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Ha senso parlare di un piano europeo di deterrenza nucleare?
Le recenti frizioni, e soprattutto i profondi dissidi ideologici, che si sono delineati nell’ultimo periodo tra Unione Europea e Stati Uniti, hanno reso più incerta anche la solidità dell’alleanza militare della NATO. In pratica gli europei non sono sicuri che in caso di aggressione (ipoteticamente dalla Russia, ma anche, perché no, da parte di altri attori globali) gli USA rispetterebbero l’impegno a correre in loro soccorso. Non solo: anche ipotizzando che le frizioni e difficoltà di questi ultimi mesi siano un'eccezione e che i rapporti possano rientrare nei canoni della normale cordialità e fiducia con un ipotetico nuovo presidente e un ipotetico nuovo corso della storia americana, più simile a quelli pre-Trump (ipotesi tutta da verificare, perché non abbiamo idea di come andranno le elezioni del 2028) è evidente che il legame di fiducia appare irreversibilmente rotto. L’UE ha appreso un’amara lezione: sì, l’alleanza con gli Stati Uniti è ancora in piedi ed è indispensabile. Ma occorre iniziare a lavorare perché rimanga in piedi anche in futuro, e perché, con il tempo, divenga sempre meno indispensabile. E insomma l’UE (e in generale il lato europeo dell’alleanza atlantica che comprende, per esempio, anche Turchia, Regno Unito e, in modo diverso, anche il Canada) ha capito che occorre sviluppare un rapporto di parità tra alleati e non più affidarsi, ciecamente e con piena fiducia, all’alleato capofila. Perché nessun rapporto, nemmeno il più solido, è inevitabile e scritto nella pietra. Questa consapevolezza, unita alla guerra tra Russia e Ucraina che ha messo a nudo i limiti difensivi dell’UE, ha portato i paesi europei a lavorare non solo sul loro riarmo, ma anche sullo sviluppo di un piano di deterrenza nucleare.
Si tratta di due progetti tanto urgenti quanto di difficile realizzazione:
- Riarmo: sino ad ora sono stati stanziati dall’UE circa 800 miliardi di euro da qui al 2030, una cifra davvero irrisoria, dal momento che dovranno essere spalmati su 27 paesi nell’arco di quattro anni. Inoltre esistono ostacoli politici alla sua efficacia. Affinché gli 800 miliardi si possano trasformare davvero in una cifra idonea a un riarmo credibile, occorrerebbe che questi fossero funzionali a un riarmo europeo, nel senso di costituzione di un esercito europeo che metta a fattor comune uomini e armamenti. La creazione di un esercito unico, al momento, però non pare realizzabile, dal momento che vi sono pesanti ritrosie politiche e nazionali alla sua realizzazione.
- Deterrenza nucleare: per comprendere perché lo sviluppo di un piano di deterrenza nucleare appare complicato, occorre partire da un dato di fatto: l’UE non è una potenza nucleare. Lo sono però uno dei suoi Paesi, la Francia (il cui panorama politico appare decimamente instabile) e uno dei suoi più stretti alleati, il Regno Unito. Quindi, quello che l’UE potrebbe fare in questa fase, potrebbe essere usare la base di armamenti nucleari che già ha, ossia quella francese, per trasformarla in un sistema europeo, magari in collaborazione (sempre che gli equilibri politici lo consentano) con la base di armamenti britannici.
Esistono vari problemi però:
- il numero di armi, anche sommando Francia e Regno Unito, è decisamente basso: messi insieme i due arsenali conterebbero circa 500 testate, laddove gli USA e la Russia ne hanno circa 5000 a testa.
- La Francia si è detta disponibile a mettere le sue armi a disposizione dell’intera UE, ma non a cederne la governance, che rimarrebbe francese.
- Allo stato attuale, le testate di Francia e Regno Unito, dipendono comunque logisticamente dagli USA perché gli ipotetici missili su cui dovrebbero ipoteticamente viaggiare sono per lo più di manifattura americana. Un vero riarmo che possa pareggiare la capacità di deterrenza necessaria richiederebbe investimenti massicci in sottomarini, missili e infrastrutture satellitari, attualmente sottodimensionati rispetto a quelli russi o americani.