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Groenlandia: risorse critiche, Artico e il ritorno della geopolitica dell’espansione
Cosa è successo?
L’amministrazione di Donald Trump ha rilanciato in modo esplicito l’ipotesi di acquisire la Groenlandia, arrivando a considerare anche opzioni militari. Dietro la retorica, l’analisi evidenzia una logica precisa: assicurarsi risorse critiche, rafforzare il posizionamento artico e ridisegnare le catene di fornitura in un contesto di competizione sistemica con la Cina. La Casa Bianca ha confermato di “valutare una gamma di opzioni”, segnalando che l’interesse non è più teorico ma operativo, con implicazioni dirette per la sicurezza europea e l’ordine internazionale.
Perché è importante?
La Groenlandia concentra asset strategici rari. Ospita riserve di terre rare comparabili a quelle degli Stati Uniti (circa 18% delle riserve globali di elementi come neodimio, praseodimio, disprosio e terbio), cruciali per EV, eolico, elettronica e difesa. Oggi la Cina controlla 90% della raffinazione globale e ha già usato export controls come leva geopolitica (nuove restrizioni nell’aprile 2025). Sul fronte energetico, l’isola dispone di ~31,4 miliardi di barili equivalenti (oil & gas), che acquistano peso con lo scioglimento dei ghiacci e l’apertura di nuove rotte artiche. Ma il business case è fragile. La Groenlandia conta 56.699 abitanti, 65 addetti minerari (2020), infrastrutture quasi assenti, costi artici elevatissimi e rischio politico alto: nel 2021 il governo ha vietato l’uranio, bloccando progetti di terre rare (con contenziosi fino a 11,5 mld $), e ha sospeso nuove licenze petrolifere. Secondo valutazioni ufficiali USA, mancano studi affidabili sull’entità delle risorse sfruttabili; svilupparle richiederebbe centinaia di miliardi e decenni. Intanto, l’economia locale (3 mld $ di PIL nel 2024) dipende da pesca e sussidi danesi, con finanze pubbliche sotto pressione e demografia in calo (-20% entro il 2050). Sul piano geopolitico, l’impatto è dirompente. Alleati NATO (Danimarca, Francia, Germania, UK, Italia, Spagna, Polonia) hanno ribadito che la sovranità è non negoziabile; Copenaghen ha avvertito che un’azione militare USA metterebbe a rischio la NATO. Paradossalmente, Washington già dispone di ampie prerogative militari (Pituffik/Thule) senza sovranità. L’argomento “sfere di influenza” indebolisce inoltre le posizioni normative occidentali in Asia (Taiwan, Mar Cinese Meridionale), offrendo precedenti a Pechino.
E adesso?
La posta in gioco supera l’isola. Se prevale una logica zero-sum di controllo diretto delle risorse, motivata dal contenimento cinese, si rischiano fratture durature nell’alleanza occidentale, costi fiscali enormi e un precedente destabilizzante per l’ordine post-1945. Se invece si punta a partnership di mercato, investimenti multilaterali e rafforzamento degli alleati (diversificazione, raffinazione onshore, riciclo, stock strategici), l’Occidente può ridurre la dipendenza senza ricorrere all’espansione territoriale. La Groenlandia è così diventata il banco di prova di una scelta più ampia: affrontare la competizione per risorse e Artico rafforzando regole e alleanze, oppure riaprire la stagione dell’imperialismo delle materie prime. La direzione che Washington prenderà dirà molto non solo sul futuro dell’Artico, ma sulla forma dell’ordine globale nel XXI secolo.