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ETS: fondamentali nelle policy di tutela climatica e commerciali dell’UE

3 min di lettura

L'ETS (Emission Trading System) è uno dei punti cardine della politica climatica dell'Unione Europea. Benché esistano dal 2005, è solo di recente, dopo l’avvio del Green Deal Europeo nel 2020, che hanno assunto un ruolo di tanto rilievo sia nelle politiche climatiche che nel dibattito politico.

In buona sostanza gli ETS sono delle tasse che paga chi inquina.

In termini più complessi, invece, il sistema ETS funziona secondo il principio del tetto e scambio (cap and trade): in pratica ogni anno l'UE stabilisce una quantità massima di gas serra che può essere emessa in un anno dai vari settori industriali (per esempio acciaio, cemento, energia, aviazione, ecc.) e il limite totale viene diviso in "quote di emissione". Più un’azienda inquina, più ‘quote’ dovrà pagare (tutti i proventi delle quote ETS vanno al fondo per l’innovazione e le tecnologie non inquinanti).

Al contrario se inquina meno del previsto (perché ha applicato tecnologie innovative che consentono di ridurre le emissioni, cosa che, alla fine, è lo scopo del gioco) avrà delle quote in più, che le avanzeranno. Avere delle quote in più non si traduce solo in un mancato esborso in termini di imposte, ma anche in un possibile guadagno, perché queste quote in più potranno essere vendute alle aziende che invece inquinano di più e quindi hanno sforato la quota massima consentita.

Negli ultimi tempi, soprattutto da quando, per effetto del Green Deal, le quote si sono fatte più costose e i limiti più stringenti, il sistema ETS è stato fortemente contestato sia dagli ambientalisti, sia dal settore industriale.

  • Dagli ambientalisti perché ritengono che l’opzionabilità del sistema leda le politiche di contenimento del cambiamento climatico e consenta un escamotage alle aziende inquinanti che, in questo modo, non sono obbligate a smettere di inquinare, ma possono continuare a farlo purché paghino perché altri smettano di farlo.
  • Dagli industriali, perché ritengono che il sistema sia troppo oneroso per le aziende e deprima la crescita, favorendo indebitamente le aziende extra UE che non sono sottoposte a simili vincoli.

Su quest’ultimo punto si innesta il cosiddetto sistema CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), in vigore dal 2023. Si tratta di un’estensione del sistema ETS anche alle aziende non europee (per esempio cinesi) che vogliono esportare in Europa merci prodotte senza dover rispettare il sistema di quote ETS (in vigore, ovviamente, solo in UE). In buona sostanza si tratta di un’imposta sui prodotti importati (acciaio, alluminio, fertilizzanti, ecc.) pari al prezzo del carbonio che avrebbero pagato se fossero stati prodotti nell'UE. Questo fa sì che il CBAM venga considerato, anzi sia, il primo strumento al mondo che utilizza il commercio internazionale per forzare la decarbonizzazione globale.

Ovviamente, anche questa misura è controversa e contestata, soprattutto dai grandi produttori come India (che ha appena stretto un accordo commerciale con l’UE) e Cina che considerano il CBAM una forma di protezionismo mascherato da ecologia.

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