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Esercito europeo, tra ambizione e realtà: l’avvertimento di Cavo Dragone
Cosa è successo?
In un’intervista al Corriere della Sera, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della NATO, è intervenuto sull’ipotesi di un esercito europeo. Il messaggio è netto: l’idea affascina politicamente, ma non è realistica nel breve periodo.
Secondo Cavo Dragone, oggi l’Europa non ha né una catena di comando unica, né regole comuni, né una vera integrazione industriale e operativa tali da sostenere una forza armata europea autonoma. La priorità, sostiene, resta rafforzare le capacità militari nazionali e la loro interoperabilità all’interno della NATO, soprattutto alla luce della guerra in Ucraina e delle crescenti tensioni globali.
Perché è importante?
Le parole di Cavo Dragone arrivano in un momento particolarmente delicato per la sicurezza europea e per il futuro stesso della NATO, che nelle ultime settimane è stata messa sotto stress dalle intenzioni di Trump di voler attaccare uno spazio europeo come quello della Groenlandia.
Allo stesso tempo però, la guerra in Ucraina ha mostrato con chiarezza la necessità di tenere saldo il patto atlantico: senza il sostegno militare americano, l’Europa oggi non sarebbe in grado di garantire da sola la propria difesa.
Il punto centrale dell’intervista è che parlare di “esercito europeo” rischia di essere fuorviante. Secondo l’ammiraglio, il vero problema non è creare nuove strutture simboliche, ma colmare i vuoti reali: scorte di munizioni insufficienti, capacità industriale limitata, sistemi d’arma non standardizzati, processi decisionali lenti. In questo quadro, la NATO resta l’unica architettura credibile di difesa collettiva, mentre l’Unione Europea deve agire come moltiplicatore di capacità, non come alternativa.
E adesso?
Nel breve periodo, la linea indicata è pragmatica e riprende quanto detto da Mark Rutte, Segretario Generale della NATO. Più che inseguire l’obiettivo di un esercito europeo, l’UE dovrà accelerare sulla difesa comune: acquisti congiunti, produzione industriale condivisa, maggiore interoperabilità tra forze armate nazionali e un rapporto più solido con la NATO.