News & BusinessPOLITICA INTERNAZIONALE
Dazi, il piano b di Trump
Cosa è successo
A seguito della sentenza della Corte Suprema che ha stabilito che tra i poteri del presidente non c’è quello di imporre dazi, l’amministrazione Trump sta cercando modi per aggirare la sentenza e mantenere il potere di dazio nelle mani del presidente, o per trovare canali alternativi che garantiscano alle casse USA i circa 1.600 miliardi di dollari di entrate previste dalle tariffe nel prossimo decennio. Va in questa direzione, per esempio, l’inchiesta avviata nei confronti dell’UE per condotta commerciale sleale (l’accusa è quella di aver dato il via a processi di sovraproduzione così da abbassare artificiosamente i prezzi di vendita). Allo stesso modo l'amministrazione intende verificare se il mancato blocco delle importazioni da lavoro forzato da parte di questi partner costituisca una pratica commerciale sleale che svantaggia competitivamente gli Stati Uniti.
Perché è importante
Queste decisioni USA rivelano una strategia di "reverse-engineering" della politica doganale: non si tratta più di regolare il commercio per finalità industriali, ma, al contrario, di usare il commercio per ragioni politiche. Si tratterebbe di un cambiamento di paradigma sistemico: gli strumenti tariffari verrebbero svuotati del loro significato commerciale per assumere, come avvenuto in questi ultimi mesi, un valore politico tanto in politica interna (buona parte dell’agenda politica sarebbe finanziata con i loro introiti) e estera (come strumento di coercizione diplomatica).
La posta in gioco è sia interna che estera:
Dal punto di vista della politica interna: quel che è in gioco è la sostenibilità dell'intera agenda economica trumpiana che, verosimilmente, andrebbe a gambe all’aria senza dazi: l'amministrazione necessita di compensare tagli fiscali dal costo stimato di 4.700 miliardi di dollari.
Dal punto di vista della politica estera: Trump ha retto la sua azione in materia proprio sulla leva della minaccia di dazi. Senza di essi ora buona parte del suo modus operandi appare spuntato. Cosa non da poco a seguito dei risultati, decisamente negativi, della guerra in Iran, che almeno sino ad ora sembra non aver portato nessun vantaggio, di nessun tipo, agli USA.
E adesso?
L'amministrazione Trump entra in una fase di estrema vulnerabilità, poiché il suo programma, sino a qui, si reggeva per buona parte sul presunto gettito dei dazi. E questo, come ovvio, non esiste più, almeno in questa fase. Lo stesso vale per buona parte della politica estera di Trump che in questa fase post Iran appare particolarmente fragile. Il prossimo 5 maggio ci sarà la prima udienza sull'eccesso di capacità produttiva dei Paesi sui quali gli USA hanno avviato un’inchiesta.