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Cosa aspettarsi dall'Iran

4 min di lettura

Cosa è successo?

Le settimane a cavallo tra il 2025 e il 2026 sono state caratterizzate da una corposa, e per certi aspetti inediti, ondata di proteste popolari in Iran. Sebbene il Paese non sia nuovo a questo tipo di contestazioni, le manifestazioni di queste ultime settimane sono apparse, per molti aspetti, diversi da quelle precedenti. In particolare perché non erano limitate a una fascia di popolazione tradizionalmente ostile al regime (tipicamente le donne, i giovani, gli studenti) ma perché questa volta coinvolgeva anche fasce di popolazione tradizionalmente vicina al regime, come i commercianti e la media borghesia.
La ragione di questo estendersi e farsi trasversale dell'opposizione al regime è dovuta al concatenarsi di più fattori:

  1. la grave siccità che da mesi affligge il Paese, che ha portato a razionamenti di acqua e conseguente crisi dell'agricoltura;
  2. la valutazione del rial che, unita alla reintroduzione completa delle sanzioni occidentali lo scorso settembre, ha portato l'aumento del 70%, cosa che ha portato il potere di acquisto degli iraniani a quasi azzerarsi;
  3. la svelata debolezza militare del regime, che la scorsa estate ha subito l'umiliazione della guerra dei 12 giorni con Israele e dell'attacco lampo da parte degli USA. Uno smacco così vistoso che ha leso la credibilità del regime e ha portato molti dissidenti a non averne più paura.

Nonostante le proteste siano state particolarmente corpose e il regime abbia vacillato (tanto da aver dato il via a una sanguinosissima repressione nel corso della quale i morti sarebbero stati, secondo alcune stime, 12 mila) alla fine il sistema della Repubblica Islamica ha retto.

Perché è importante?

Anche se queste proteste sono state sedate, almeno parzialmente, questo non coincide con l'avvio di una nuova fase di stabilità per il Paese. I problemi che hanno portato gli iraniani in piazza non sono stati minimamente risolti: l'inflazione, l'impoverimento generalizzato, la siccità sono sempre lì.
Così come sempre lì è la sfiducia nel regime e l'impressione che non sia forte come dice, oltre che il desiderio da parte di giovani, studenti e donne di maggiori e nuovi standard democratici. Tutti elementi che possono far pensare che il regime sia prossimo a una caduta, se non nell'immediato, quanto meno nel prossimo futuro.
Questa ipotesi, però, appare remota. Essenzialmente per due ragioni. La prima è legata al fatto che la Repubblica Islamica è progettata secondo un'architettura istituzionale a cerchi concentrici, concepita per proteggerla, in cui le élite sono parte del regime. E senza le élite, che, proteggendo il regime, proteggono se stesse, nessun progetto di rivolta può avere davvero successo. La seconda è il fatto che anche qualora il regime cadesse, non sembrano esserci, all'orizzonte, figure di leader in grado di unificare il Paese e assumerne la guida. Quindi l'esito più probabile non sarebbe quello di un nuovo Iran avviato verso la democrazia, ma quello di un Paese diviso e forse destinato a un panorama di guerra civile e conflitto interno. L'assenza di un'opposizione unita e organizzata, di fatto protegge il regime.

E adesso?

La prospettiva più probabile è che in Iran il regime, proprio perché in difficoltà, si faccia sempre più duro e repressivo. La repressione, in pratica, diverrebbe direttamente proporzionale alla debolezza del regime. L'ipotesi di un intervento armato guidato da Israele o dagli Stati Uniti per rovesciare il regime, benché fosse stato ventilato, appare improbabile, perché si teme che in questo momento, un rovesciamento militare del regime potrebbe:

  1. portare instabilità nella regione: ondate di rifugiati potrebbero riversarsi verso Turchia, Iraq e Pakistan;
  2. compromettere i rapporti tra USA e Russia (la Russia è stretta alleata dell'Iran);
  3. aprire una crisi nucleare, perché in una situazione di caos interno, il controllo su materiali sensibili e siti di arricchimento dell'uranio diventerebbe incerto, rappresentando una minaccia globale senza precedenti.

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