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Con il Regolamento e-Evidence l'Ue impone alle big tech extra-Ue di rispondere ai giudici europei entro 8 ore nei casi più urgenti

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Con il Regolamento e-Evidence l'Ue impone alle big tech extra-Ue di rispondere ai giudici europei entro 8 ore nei casi più urgenti

Cos’è successo

Dal 18 agosto 2026 è diventato applicabile in tutta l'Unione Europea il Regolamento e-Evidence, che permette a magistrati e pubblici ministeri di richiedere in modo diretto alle piattaforme digitali la consegna (o la conservazione) di dati fondamentali per un processo. Questa norma punta a superare la burocrazia del passato, quando per ottenere le informazioni era necessario passare attraverso tempi lunghi delle autorità dello Stato in cui l'azienda aveva la propria sede legale.

Nello specifico, i fornitori di servizi digitali operanti all'interno dell'Unione saranno tenuti ad adempiere alle richieste ordinarie di consegna dei dati (rilevanti per l'indagine) entro un massimo di dieci giorni, che crolla però ad appena otto ore nelle situazioni di emergenza. In tutto ciò, per assicurare che lo scambio di dati e informazioni avvenga con la massima tutela, Bruxelles ha predisposto un sistema decentrato, ossia una rete protetta e dotata di un orologio ufficiale in grado di certificare l'autenticità e l'orario di invio di ogni ordine giudiziario.

Perché conta

  • Questa norma riduce drasticamente i tempi delle indagini, abbattendo le attese che prima potevano durare mesi fino a pochi giorni (o persino ad appena otto ore nei casi più gravi);
  • Le regole valgono per qualsiasi azienda che offre servizi nell'Ue, a prescindere da dove si trovi la sua sede principale (anche per colossi americani o extra-Ue che gestiscono social network, servizi AI, telefonia o servizi cloud);
  • Tutte le aziende tech che operano in Europa hanno nominato un rappresentante legale (una persona o una sede ufficiale incaricata di ricevere le notifiche e rispondere ai giudici) nell'Unione;
  • Il regolamento crea due strumenti diversi tra cui, l'ordine di produzione (che serve a farsi consegnare subito le informazioni), e l'ordine di conservazione (per evitare che vengano cancellati o modificati prima che il giudice possa esaminarli). Per lo più, le piattaforme che ignorano le richieste (o rispondono in ritardo) rischiano oltre a sanzioni pecuniarie, anche problemi legali nei confronti della giustizia.

Adesso

  • Le aziende tech dovranno organizzare un servizio d'emergenza sempre attivo, al fine di riuscire a raccogliere le informazioni richieste entro le otto ore previste dai casi più urgenti;
  • I servizi digitali dovranno verificare la natura delle richieste ricevute, accertandosi che arrivino da un giudice vero (così da non violare le tutele dei cittadini, come la privacy dei clienti) e tenere un documento interno dove verranno segnate tutte le ricerche fatte prima di consegnare i file;
  • Per le persone coinvolte nelle indagini ma che si rivelano essere estranee ai fatti, la legge prevede che i dati raccolti erroneamente vengano cancellati dall'autorità giudiziaria nel minor tempo possibile, garantendo inoltre al soggetto in questione la possibilità di rivolgersi a un giudice per contestare il prelievo ingiusto delle proprie informazioni e chiedere un eventuale risarcimento.

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