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Con 85 mld di dollari Alphabet annuncia il più grande aumento di capitale azionario della storia

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Con 85 mld di dollari Alphabet annuncia il più grande aumento di capitale azionario della storia

Cos’è successo

La holding Alphabet, frutto di una storica ristrutturazione aziendale di Google, ha annunciato il più grande aumento di capitale azionario della storia — circa 85 miliardi di dollari, oltre il record dei 70 registrato dalla brasiliana Petrobras nel 2010 — e la sua prima emissione di azioni nuove in oltre vent'anni. Emettere azioni significa raccogliere denaro cedendo quote dell'azienda anziché indebitarsi; i proventi finanziano il capex per l'AI (ossia i soldi che un'azienda investe per acquistare, aggiornare o mantenere beni materiali fissi, come immobili, impianti o macchinari), la spesa in data center e calcolo, salita a 180-190 miliardi quest'anno (sei volte quella del 2022).

Dentro l'operazione c'è un assegno da 10 miliardi di Berkshire Hathaway (la holding di Warren Buffett, che la tecnologia l'aveva sempre snobbata) e una domanda che ha superato più volte l'offerta. Il tutto mentre Anthropic, OpenAI e SpaceX preparano le proprie quotazioni in borsa: Alphabet, di fatto, prova a rubare loro la scena con giorni di anticipo.

Perché conta

  • Google ha in cassa oltre 126 miliardi e potrebbe indebitarsi a tassi bassissimi; che scelga invece di emettere azioni, cedendo una fetta dei profitti futuri ai nuovi soci, segnala che la domanda di calcolo eccede l'offerta a un punto tale da giustificare ogni fonte di capitale. E parte da un vantaggio strutturale, dacché nella corsa all'AI conta sempre più chi può mettere sul tavolo il capitale per il compute (la potenza di calcolo); e in quel gioco Google è un po’ il banco.
  • Benché sia l’AI a prendersi le prime pagine, c’è la pubblicità di Search che resta una macchina dai margini altissimi (45%) e sforna la cassa necessaria a finanziare l'infrastruttura di calcolo. Dove l'azienda ha un'arma che i rivali non possiedono: le Tpu, cioè i chip che progetta in casa da dieci anni, alternativa più economica alle Gpu di Nvidia. Più capacità costruisce, più ne può vendere; e più cassa torna ad alimentare la ruota;
  • Mentre Anthropic, OpenAI e SpaceX vanno in Borsa per comprare la potenza di calcolo che gli serve, Google la produce e la cede agli stessi concorrenti; persino Claude di Anthropic gira in parte sui suoi chip. È la conferma di quanto si vedeva già: nella corsa ai modelli, paradossalmente, il più attrezzato per capitale e infrastruttura è proprio chi molti davano per attardato;

Adesso

  • Non tutto, però, finisce nei data center. Circa 30 degli 85 miliardi servono a pagare le tasse sui pacchetti azionari dei dipendenti, cioè le quote di stipendio versate in azioni: un conto raddoppiato in un anno e gonfiato dal titolo ai massimi. Il costo nascosto della guerra dei talenti. Sommato al capex, divora il 64% del flusso di cassa di Alphabet (il 75% per Meta), tanto che pure i giganti del Big Tech faticano ad autofinanziare l'espansione. - La riuscita dell'operazione è un test per ciò che viene dopo. Anthropic ha depositato i documenti per l'Ipo il giorno prima, OpenAI e SpaceX sono in fila, e tutte contano sullo stesso appetito degli investitori pubblici che Alphabet ha appena sondato. L'assegno di Buffett, da questo punto di vista, è un avallo doppio: dice che il denaro per l'AI non manca, e che pure lo scettico per eccellenza ci ha messo la firma.
  • Resta aperto il perché delle azioni al posto del debito. Può essere fiducia (la convinzione che la domanda continui a superare le attese) o prudenza, la voglia di condividere il rischio di un capex dal ritorno ancora ignoto. Il segnale da seguire è se Google affiancherà presto altro debito: la mossa di chi è convinto, più che di chi si copre le spalle;
  • Resta, nelle retrovie, una scommessa che Goldman stima fino a 8.000 miliardi di dollari in cinque anni, con un ritorno in produttività ancora tutto da dimostrare. La differenza con la bolla dot-com è che stavolta chi spende è profittevole — Alphabet vende azioni perché crede nel ritorno, non perché costretta. Ma raccogliere ai massimi è anche la mossa di chi sa che il denaro, oggi, è facile; e intanto il mercato azionario, dopo vent'anni da semplice uscita per i fondi privati, torna a finanziare le grandi opere come ai tempi delle ferrovie.

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