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Con 7,4 mld di finanziamento e una struttura blindata che esclude tutti tranne Pechino, DeepSeek diventa la startup AI più ricca della Cina

Cos’è successo
DeepSeek ha chiuso il suo primo round di finanziamento — 7,4 miliardi di dollari, per una valutazione oltre i 50 miliardi (il valore implicito attribuito all'azienda, non i soldi incassati) — diventando la startup AI più ricca della Cina. È una svolta: nata nel 2023 come costola del fondo speculativo di Liang Wenfeng, finora non aveva mai preso un soldo da fuori, e a quell'indipendenza molti accreditavano lo shock del modello R1 che a inizio 2025 spaventò la Silicon Valley. Ma con i costi di calcolo che salgono e i ricercatori-stella che emigrano (a Xiaomi, a ByteDance), fare senza capitali è diventato insostenibile.
Più della cifra, però, conta come quei soldi entrano. Gli investitori non finanziano DeepSeek: versano in un veicolo finanziario — una società-contenitore — gestita da Liang, che così resta padrone assoluto pur cedendo quote economiche (ne deteneva quasi il 90%, ed è comunque lui a mettere l'assegno più grosso, circa 3 miliardi). In più c’è un vincolo di cinque anni, durante i quali chi entra non può rivendere; nessun diritto di voto per gli esterni, e verifica dell'identità di ogni finanziatore. Con un'unica eccezione benedetta, il Fondo nazionale AI cinese, che entra diretto in azienda, con diritto di voto e senza alcun vincolo.
Perché conta
È un po' il rovescio del modello americano che raccontiamo da mesi. Negli USA i founder dei lab AI raccolgono oceani di capitale liquido e speculativo tenendo il controllo con le azioni a voto plurimo — quelle che valgono più voti delle altre, così da comandare anche con poche quote (Musk e la sua IPO); qui invece Liang raccoglie una frazione, e la blinda. Come nota Matt Levine su Bloomberg, il fine di ogni fondatore AI è identico — incassare il massimo dagli investitori dando loro il minimo potere: cambiano solo le tecniche. Musk usa la finanza moderna, Liang un espediente da anni Venti.
- Quell'espediente — Levine lo chiama "pyramiding" — è piuttosto semplice in realtà: se i soci mettono i soldi in una scatola che controlli tu e non direttamente nell'azienda, resti al comando anche possedendo meno della metà. Il vincolo quinquennale e le verifiche d'identità completano il fortino, tenendo fuori i soldi speculativi e quelli ignoti o stranieri. È una fortezza con un solo cancello, non un normale round di venture capital;
- E quel cancello dà su Pechino. L'unica eccezione alle regole è il Fondo statale, che vota e non sottostà ai vincoli: Liang tiene fuori chiunque tranne lo Stato. DeepSeek, del resto, è già al servizio dell'autosufficienza tecnologica cinese — ha aiutato Huawei a far girare modelli potenti e i suoi ricercatori hanno dovuto consegnare il passaporto all'azienda, rimanendo di fatto bloccati in patria — e Liang ha promesso ai soci di restare su AGI e open-source. Una startup di Stato, se vogliamo;
- È capitale paziente — che non pretende ritorni rapidi — per un laboratorio la cui magia era non averne affatto. La forza di DeepSeek nasceva dall'assenza di investitori e dalla libertà di non dover monetizzare; ora i soldi arrivano, ma strutturati per non snaturare quell'etica. La tensione resta: i soci spingono a far cassa, le teste migliori se ne vanno, e il valore è comunque una frazione di quello di OpenAI o Anthropic. La Cina su questo tavolo gioca col cervello, non col portafoglio.
Adesso
- Un DeepSeek più forte costringe l'Occidente a decidere cos'è — strumento o minaccia — e l'America, per ora, non sceglie. Da un lato lo vuole usare: lo stesso modello che lo Stato cinese tiene così stretto, Microsoft valuta di ospitarlo su Azure (dove i dati resterebbero nel suo cloud) come opzione a basso costo per Copilot, perché gli agenti AI bruciano bollette di calcolo enormi. La convenienza, insomma, tira il gioiello di Pechino dentro la stack americana;
- Dall'altro non riesce a bandirlo. DeepSeek era già stata approvata per la lista nera commerciale — quella che vieta alle aziende USA di venderle tecnologia — insieme a un centinaio di società cinesi; ma il governo non pubblica la lista, per non far salire la tensione con Pechino e per la paralisi dell'ufficio che non l'aggiorna da ottobre. È quasi, bizzarramente, l’opposto del pasticcio Anthropic: là Washington ha tolto dal mercato il proprio campione per un timore ipotetico di fuga verso la Cina; qui lascia in pace proprio quello cinese, accusato — dal Dipartimento di Stato, da Anthropic e OpenAI — di legami militari, contrabbando di chip e di aver copiato Claude e GPT distillandoli;
- Così, mentre la Cina costruisce uno dei suoi leading lab con una chiarezza fredda — controllo, Stato, capitale che aspetta — l'Occidente oscilla tra il corteggiarlo e il temerlo, senza (ancora) scegliere. E di fronte a un avversario che sa benissimo cosa vuole, non scegliere è un azzardo rischioso.