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Come è fallita la scommessa di Meta sul metaverse

3 min di lettura

Cosa è successo

Quando in questi giorni Meta ha quasi spento Horizon Worlds su Quest — per poi fare marcia indietro quel tanto che basta a tenere vivi i mondi esistenti — il metaverse era già finito da tempo. Il progetto si era consumato lentamente: tagli, studi chiusi, creator lasciati a metà, un prodotto che non è mai diventato ciò che Zuckerberg aveva promesso.

Nel 2021 quella scommessa era stata trasformata in priorità aziendale, quasi necessità strategica. Dopo anni passati dentro ecosistemi altrui — Apple su tutti — Meta voleva possedere la prossima piattaforma, non limitarsi ad abitarla. Cambio di nome, Reality Labs al centro, Horizon Worlds come piazza sociale del nuovo internet. Rivoluzione. Il cui risultato, però, è rimasto a lungo quello di una demo costosissima. I visori hanno trovato domanda; il mondo che avrebbe dovuto giustificarli no. Horizon è rimasto piccolo, goffo, poco desiderabile. La VR che funzionava stava spesso altrove: giochi, fitness, comunità nate fuori dalla grande narrativa corporate.

Perché è importante

Dentro Reality Labs ci sono anche asset che oggi hanno un senso industriale. Proprio per questo il fallimento pesa di più. A crollare non è stata la scommessa larga su VR e AR, che ha ancora i suoi meriti e, verosimilmente, il suo futuro, a braccetto con l’AI. Si è sgonfiata la piattaforma sociale che Zuckerberg aveva scelto come centro simbolico del progetto.

Zuckerberg ha potuto sostenere per anni una scommessa da decine di miliardi, piegare l’azienda attorno a quella visione, comprare studi, occupare spazi promettenti della VR e andare avanti mentre il prodotto arrancava.

Il conto si è scaricato altrove. Addosso ai lavoratori di Reality Labs, agli studi acquisiti e poi svuotati, alle comunità inglobate in una strategia più grande di loro, ai creator che avevano investito tempo e lavoro in un mondo rimasto senza centro. Echo VR è sparito; altri prodotti e comunità sono finiti dentro priorità che non controllavano. Sul piano finanziario, le perdite di Reality Labs hanno superato gli 80 miliardi di dollari. Non coincidono tutte con “il metaverse”, ma misurano quanto a lungo Meta abbia potuto insistere senza una vera crisi di comando.
Conta anche la forma del fallimento. Il metaverse di Meta non è mai stato costruito come spazio aperto, interoperabile, capace di vivere fuori dal proprio recinto. Doveva essere la nuova internet, ed è rimasto un giardino piccolo recintato. Quando il prodotto non ha dimostrato di aver preso, la struttura chiusa lo ha reso ancora più fragile.

Wall Street, intanto, ha digerito il flop, ha premiato il pivot e adesso si prepara a finanziare una nuova stagione di spesa sull’AI. La scommessa salta. Il metodo resta.

E adesso?

Più che della VR, questa è una storia di governance delle Big Tech. Quando una piattaforma ha abbastanza capitale, distribuzione e controllo da imporre una visione, assorbirne i costi per anni e poi cambiare rotta quasi senza pagare prezzo politico, il problema è l’asimmetria che quel flop rende visibile.

Il metaverse finisce qui, o quasi. Il playbook no, e sull’AI ne iniziamo a vedere le avvisaglie. Grande narrativa calata dall’alto, spesa enorme, ecosistemi catturati, costi dispersi altrove, nuova priorità. Chissà qual è l’orizzonte del redde rationem.

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