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Come è cambiata l’UE nello scenario della difesa internazionale
Il report sulla sicurezza redatto dall’organizzazione della Conferenza sulla sicurezza di Monaco concentra la sua parte centrale sull’Europa, e sul nuovo (inedito, e per certi aspetti imprevisto) ruolo che questa si sta trovando a giocare nel panorama della guerra e della difesa. Nata come progetto di pace in un continente che, per secoli, era stato teatro di guerre, l’UE non è mai riuscita nella sua storia ad avere una politica estera comune (da qui la famosa battuta di Henry Kissinger: “Chi devo chiamare per parlare con l’Europa?”) e soprattutto non è mai riuscita ad avere strutture di difesa comuni. L’unico tentativo efficace in questo senso risale al tentativo di CED (Comunità Europea di Difesa) promosso da Alcide De Gasperi e poi fatto naufragare dal ritiro della Francia di De Gaulle dal progetto. Così, negli anni, non solo l’UE non è mai riuscita a sviluppare un comando unico delle sue forze armate (ancora suddivise tra eserciti e linee di comando nazionali) ma, di conseguenza, ha anche rinunciato a essere una potenza nel senso militare e logistico del termine.
Questo perché per lungo tempo si è pensato che oltre a non essere materialmente possibile, data la frammentazione delle strutture militari europee, questo non fosse nemmeno necessario dal momento che:
- i Paesi europei erano per lo più parte dell’alleanza NATO, e quindi potevano ‘delegare’ la loro difesa al loro alleato principale che aveva l’esercito più forte del mondo, rendendo non necessario un investimento europeo in difesa;
- che la potenza commerciale dell’UE rendesse superfluo un impegno militare, dal momento che l’UE era convinta di poter raggiungere i suoi obiettivi strategici negoziando con la forza e il peso del suo mercato unico.
La guerra in Ucraina e le conseguenti concrete minacce al territorio europeo e lo sfilacciarsi (sotto la seconda amministrazione Trump) dell’affidabilità dell’alleanza atlantica hanno reso necessario, laddove non indispensabile, per l’UE rafforzarsi dal punto di vista militare e difensivo. Al di là degli auspici nel senso di un rafforzamento dell’UE o della creazione di un esercito unico (per ora improbabile, dato che non sembrano essercene le condizioni politiche), il report della Conferenza di Monaco si concentra su cosa, sino a qui, è stato fatto nel concreto.
Aumento spesa: La spesa militare è cresciuta in tutti i Paesi UE, che non solo (dietro le minacce di Trump) hanno raggiunto i target di spesa NATO (2%) ma si sono impegnati a raggiungere il 5% entro il 2030. In tutto si stima che tra il 2021 e il 2025 la spesa militare aggregata europea sia cresciuta del 41%.
Presa in carico completa del finanziamento della difesa Ucraina: il ritiro degli USA dalla difesa dell’Ucraina ha reso l’UE l’unico attore veramente in campo. Questo avviene soprattutto attraverso il fondo PURL (una specie di paniere in cui i Paesi UE e il Canada versano fondi) con il quale vengono comprate le armi USA da inviare in Ucraina. L’attivazione del fondo PURL si è resa necessaria dopo che gli USA hanno deciso di non fornire più gratuitamente armamenti all’Ucraina.
Il muro di droni: il fatto che lo scorso autunno la Russia abbia più volte violato lo spazio aereo europeo ha reso necessaria un’azione immediata in termini di sistemi di difesa sia missilistica che di droni (per cui si prevede l’arrivo di una serie di forniture dall’Ucraina, oggi all’avanguardia in questa tecnologia).
Leadership G5: Il report osserva che, data la lentezza dei processi a 27 (UE) o 32 (NATO), la sicurezza europea è oggi guidata da coalizioni operative ristrette. Nel caso specifico, della guida delle strutture di difesa europea si è fatto carico il gruppo G5 (Francia, Germania, Polonia, Italia e — anche se è al di fuori dell’UE — Regno Unito). Questi cinque Paesi rappresentano la quasi totalità della capacità produttiva di difesa del continente. Stanno già coordinando la standardizzazione dei sistemi d'arma per evitare duplicazioni costose e inefficaci. Il G5 è il motore dietro lo sviluppo delle nuove tecnologie, dei finanziamenti e del dialogo politico con la riluttante amministrazione Trump. Il testo sottolinea come il G5 agisca secondo una "geometria variabile”. Nel dettaglio Germania e Polonia sono in prima linea per quel che riguarda il rafforzamento del fianco Est dell’UE, mentre l'Italia e la Francia si occupano del Mediterraneo, soprattutto per quel che riguarda la protezione dei cavi sottomarini e delle rotte energetiche. UK e Francia, invece, sono le uniche potenze nucleari dell’area.