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Board of Peace, l’Italia sola in Europa al tavolo di Trump
Cosa è successo?
Il Governo italiano ha deciso di partecipare come osservatore al Board of Peace promosso da Trump per la gestione politica e la ricostruzione di Gaza.
Prima della missione a Washington prevista per questo giovedì, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani riferirà in Parlamento. Il passaggio parlamentare è stato fortemente richiesto dalle opposizioni, che contestano la scelta del Governo.
Le opposizioni sostengono che l’organismo, per come è strutturato, non garantisca il principio di piena parità tra Stati richiesto dall’Articolo 11 Costituzione italiana per aderire a organismi internazionali. Per questo parlano apertamente di una forzatura.
Inoltre, l’Italia è l’unico Paese europeo che parteciperà al Board: nessun altro grande Stato membro dell’UE ha scelto di sedersi a quel tavolo. Per le opposizioni, questo aspetto dimostra fino a che punto il governo sia disposto a spingersi pur di non compromettere i rapporti con gli Stati Uniti, anche a costo di muoversi in modo isolato rispetto ai partner europei.
Perché è importante?
Il Board of Peace non nasce in ambito ONU né da un processo multilaterale condiviso. È un’iniziativa fortemente voluta dall’amministrazione Trump e vede gli Stati Uniti come il leader del progetto.
Il progetto prevede anche un fondo iniziale - si parla di circa un miliardo di dollari - per finanziare la ricostruzione di Gaza, con il coinvolgimento di pubblici e privati. Questo introduce un elemento delicato: non solo un organismo politico, ma anche una piattaforma economica che potrebbe gestire risorse significative fuori dal quadro delle Nazioni Unite.
Il rischio è quello di creare un canale parallelo che si sovrappone al sistema ONU, ridisegnando equilibri e processi decisionali.
E adesso?
Adesso il primo passaggio è il Parlamento. Tajani dovrà chiarire se la formula dell’“osservatore” sia davvero sufficiente a superare i dubbi sull’articolo 11 e spiegare quali garanzie l’Italia abbia ottenuto sulla governance del Board e sulla gestione dei fondi.
Il secondo step è a Washington. Lì si capirà se la presenza italiana sarà limitata e prudente oppure se, nei fatti, contribuirà a rafforzare politicamente un’iniziativa che molti partner europei hanno scelto di non sostenere.
C’è poi un nodo più ampio: se il Board prenderà realmente forma come piattaforma operativa per la ricostruzione, con gestione di risorse e indirizzo politico, l’Italia dovrà decidere fino a che punto intende impegnarsi.