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Australia: Social ban under 16
Pochi mesi fa, l’Australia ha imposto il divieto di social per gli under 16. Al momento dell’entrata in vigore del divieto molte voci si erano levate contro la decisione del governo laburista, accusato non solo di arrogarsi diritti non suoi, sostituendosi a genitori e famiglie nel prendere una decisione relativa ai loro figli, ma anche di trascurare le esigenze dei ragazzi. Quest’ultimo punto era legato soprattutto al fatto che, in primo luogo, il mondo di oggi è quello che è, e non un altro, e quindi oggi, gran parte della comunicazione, dell’intrattenimento e anche dell’informazione passano dai social. In secondo luogo perché l’Australia, paese enorme con grandi spazi vuoti, era considerato, tra tutti, il Paese meno adatto a questo tipo di sperimentazione, dal momento che i social, per i ragazzi che spesso vivono a chilometri dai centri abitati più vicini, erano di fatto il canale di comunicazione privilegiato per restare in contatto con amici e compagni di scuola.
Al di là delle polemiche e dei dubbi sull’opportunità di questa scelta, a opporsi con forza alla decisione dell’esecutivo australiano sono state soprattutto le grandi aziende dei social come Meta, TikTok e X. La ragione di tanta ostilità stava nel fatto che la norma australiana non faceva ricadere la responsabilità di eventuali violazioni sui minori o sulle loro famiglie. Al contrario, la faceva ricadere sulle aziende responsabili delle piattaforme, ipotizzando di sanzionarle con multe fino a 49 milioni di dollari.
Quest’ultimo è stato un cambio di passo di grande importanza contenuto nel testo australiano che ha ribaltato la responsabilità e l’onere della prova. Non sono più i singoli utenti a dover usare i social con responsabilità, ma le piattaforme che devono attuare le misure necessarie affinché questo accada.
La legge australiana, benché in vigore da pochi mesi, potrebbe aver fatto da apripista per altre norme, allo studio soprattutto in Europa.
Misure simili potrebbero presto entrare in vigore, infatti, in Spagna, Grecia e Francia. Ursula Von der Leyen, d’altra parte, già al tempo del dibattito australiano dello scorso autunno, aveva detto di stare seguendo la vicenda con grande interesse.
Se norme simili dovessero entrare in vigore in Unione Europea o anche solo in una parte di essa e in una manciata di Paesi, si tratterebbe di un elemento decisamente nuovo nel dibattito politico che, ormai da almeno dieci anni, ruota attorno alle piattaforme social. E non solo perché il mercato europeo è un mercato molto, ma molto, più grande e importante di quello australiano.
Per capire perché l’ipotesi che l’UE possa seguire l’Australia sulla strada del divieto di social ai minori di sedici anni sta occupando tanta parte del dibattito, occorre partire da quattro dati di fatto, piuttosto pacifici:
- il primo è la pervasività dei social, di fatto oggi onnipresenti e veicolo chiave di comunicazione, cosa che li rende canale privilegiato sì, di informazione e intrattenimento, ma anche di disinformazione e propaganda.
- Esistono vari studi che mostrano come l’uso dei social sulle menti troppo giovani possa creare danni, come la diffusione di ansia, stress, depressione, fomo
- Esiste una parte dei social che tutti vediamo e conosciamo, e che è la loro interfaccia e l’uso che ne facciamo. Poi, però, per così dire dietro, esiste un altro aspetto dei social, che noi utenti non vediamo e che riguarda l’enorme e precisissima mole di dati che questi sono in grado di generare circa i nostri gusti, comportamenti, interessi. La gestione e l’uso di questi dati sono da tempo al centro di aspre polemiche tra l’UE e le case madri delle principali piattaforme (che infatti sono state costrette a storare i loro dati in UE e a gestirli secondo le regole europee).
- In Europa ad oggi è in vigore quella che è considerata la legge più avanzata al mondo in termini di diritti degli utenti dei servizi digitali, il Digital Service Act. Si tratta di una norma che limita con grande severità e precisione come le aziende digitali (social, ma non solo) possono o non possono agire. Questa legge è, per ovvie ragioni, invisa alle grandi aziende del tech che, a loro volta, sono invise all’UE che ha ritenuto e ritiene molte delle loro pratiche lesive dei diritti dei cittadini europei.
Assodati questi elementi, torniamo alla questione del divieto di social ai minori. Al momento in UE non esiste niente del genere, ma sembra che la Spagna sia pronta ad approvare una legge in tal senso e sondaggi di opinione rivelano come una decisione simile sarebbe estremamente popolare tra gli europei.
Oltre a tutto questo, però, c’è un dato politico che vede l’UE impegnata in una specie di ‘braccio di ferro’ con le grandi aziende del tech. Non solo in relazione alle norme relative alla custodia dei dati e al rispetto del Digital Service Act. Ma anche rispetto alla necessità di creare una certa indipendenza, per così dire, dei servizi digitali europei dalle grandi case americane. In questa fase storica, infatti, il controllo delle piattaforme social è considerato a pieno titolo un asset e l’UE, dati i recenti eventi, non è tranquilla nel sapere che i suoi cittadini ricevono informazioni prevalentemente (o in alcuni casi, addirittura, solo) da piattaforme private che, per altro, di recente hanno mostrato di avere una precisa agenda politica improntata all’antieuropeismo. in questa chiave vanno letti gli sforzi per creare strutture tecnologiche europee. Anche nel settore social, come mostra l’attività di promotrice di Rebuid. Secondo Wired Italia Rebuild è “un'organizzazione non governativa di cui fondatore e presidente è Thomas Madsen-Mygdal, imprenditore tech e investitore, e amministratrice delegata Ditte Graa Wulff. ReBuild ha l’obiettivo di ricostruire in dodici mesi il panorama dei social media in Europa. O meglio, come preferiscono dire dalle loro parti, delle piattaforme sociali. Qualcosa di più grande, quindi, dei social propriamente detti. Che va dal microblogging al dating, dalla condivisione di video alla promozione di eventi. Dalla messaggistica al networking. Più spazio agli strumenti made in Europe, meno a quelli made in Usa”.
Un segno del fatto che se le piattaforme social sono asset, l’UE potrebbe aver deciso di iniziare a trattarle come tali. Prima di tutto facendo in modo che i bambini non ci abbiano niente a che fare. Come si confà agli asset.