News & BusinessTecnologia & AI
Agcom chiede all'Ue di valutare un'indagine sulle risposte AI di Google, mentre il calo dei ricavi degli editori si aggrava da 5 anni

Cos’è successo
La relazione annuale dell'Agcom, l'autorità italiana che vigila su comunicazioni e piattaforme, misura un mercato pubblicitario online da €8,4 miliardi in cui l'87,5% dei ricavi lordi passa dalle piattaforme globali, sommando la raccolta sui loro siti e l'intermediazione svolta per conto terzi. Agli editori e alle concessionarie resta il 12,5% — sceso dal 18,8% del 2021, arco temporale in cui il mercato è cresciuto di quasi tre miliardi. Le piattaforme presidiano ogni anello della filiera tenendo in ciascuno le quote più alte e ricorrendo di rado a intermediari esterni; mentre gli editori, all'opposto, dei servizi delle piattaforme fanno largo uso.
Nello stesso periodo, l'Autorità ha anche istruito il primo caso italiano sull'AI generativa applicata alla ricerca. Dopo una segnalazione della federazione degli editori (FIEG) e le audizioni di Google e delle associazioni editoriali, il 29 aprile ha deciso di rimettere alla Commissione europea la questione delle AI Overviews e dell'AI Mode — le risposte sintetiche che il motore genera sopra i risultati — perché valuti se aprire un'indagine ai sensi del Digital Services Act (DSA), il regolamento europeo sulle piattaforme. Il 27 maggio ha poi istituito un tavolo tecnico fra Google, altre piattaforme ed editori su copyright, intelligenza artificiale e pluralismo.
Perché conta
La relazione fotografa uno spostamento di valore ormai compiuto, tanto che lo stesso documento sposta l’attenzione su quali, per un’autorità nazionale, possano essere gli interventi più sensati e i relativi strumenti. Che sulle piattaforme più grandi si fermano alla fase istruttoria, mentre altrove appaiono ben più incisivi.
- L'Autorità chiede a Bruxelles di verificare se le risposte generate dall'AI violino gli obblighi di attenuare i rischi sistemici — fra cui rientrano espressamente la libertà di informazione e il pluralismo dei media — e quelli di trasparenza dei sistemi di raccomandazione, cioè degli algoritmi che decidono che cosa l'utente vede. È verosimilmente il punto della relazione più forte, perché mette sotto esame l'effetto di un prodotto sull'ecosistema informativo di un Paese (che su Google si poggia) anziché il solo uso dei contenuti altrui;
- L'Agcom è il coordinatore italiano dei servizi digitali, uno dei referenti nazionali che il DSA mette in rete — ma sulle piattaforme molto grandi la vigilanza spetta alla Commissione, e Google ha la sua base europea in Irlanda. Nell'anno sono arrivati circa 3.900 reclami sul DSA, quasi tutti relativi a piattaforme con sede all'estero: l'Autorità ne ha inoltrati 66 ai coordinatori competenti, ben 57 dei quali a Dublino; al contrario, un solo reclamo dall’estero è arrivato all’Agcom in quanto l’Italia era Paese di stabilimento della piattaforma;
- Sull'equo compenso — quanto le piattaforme devono pagare agli editori per l'uso online dei loro articoli — i poteri sono invece diretti, e la Corte di giustizia li ha da poco confermati rispondendo il 12 maggio al TAR del Lazio, che le aveva rimesso la questione in un giudizio promosso da Meta. Il sistema italiano è compatibile con il diritto dell'Unione a certe condizioni, e l'Agcom può fissare i criteri della remunerazione, determinarla quando le parti non si accordano e sanzionare chi non fornisce i dati. Una motivazione che riconosce l'asimmetria: solo le piattaforme conoscono i ricavi che i contenuti generano, dati senza cui gli editori trattano da posizione debole.
Adesso
- A verificare quelle condizioni sarà ora nuovamente il TAR. E non sono di poco conto: la remunerazione deve corrispondere a un'autorizzazione all’utilizzo dei contenuti effettivamente concessa, che gli editori devono poter negare o concedere; se la piattaforma i contenuti non li usa, però, non è in obbligo di pagamento. In più, i giudici hanno convalidato l'obbligo di non ridurre la visibilità dei contenuti durante le trattative, che serve proprio a impedire che il declassamento nei risultati diventi un'arma negoziale per le piattaforme;
- Sul fronte europeo, invece, toccherà adesso alla Commissione stabilire se aprire l'indagine. Un’eventuale decisione, naturalmente, varrebbe poi per l'intera Unione, dacché sui motori di ricerca più grandi il DSA si applica a livello continentale. Nell'attesa, il tavolo tecnico è lo strumento che resta in mano all'Autorità, la quale però nella delibera si è riservata di adottare provvedimenti a seconda di come andranno i lavori;
- C’è poi di mezzo la partita economica, che si muove ben più velocemente dei procedimenti giudiziari. Se le risposte generate dall'AI trattengono l'utente dentro il motore, la quota di pubblicità che arriva agli editori continuerà di fatto a scendere lungo la stessa curva degli ultimi cinque anni, forse in modo anche più rapido; e qualsiasi compenso si riesca a negoziare dovrà star dietro a una perdita che, nel frattempo, si allarga.