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USA resilienti, ma i dazi distorcono l’economia più di quanto la ricostruiscano
Cosa è successo?
Nel 2025 l’economia statunitense ha mostrato una resilienza superiore alle attese: tra luglio e settembre il PIL è cresciuto del 4,3%, il ritmo più alto degli ultimi due anni, sostenuto da consumi solidi e da un’ondata di investimenti legati all’intelligenza artificiale, che ha spinto i mercati azionari su nuovi massimi. Allo stesso tempo, però, i dazi introdotti e ampliati dall’amministrazione Trump hanno iniziato a riflettersi sui prezzi: secondo Bank of America, hanno già aggiunto 0,3–0,5 punti percentuali all’inflazione, che a novembre era al 2,7%. L’impatto pieno, soprattutto sui beni di consumo, deve ancora dispiegarsi.
Perché è importante?
Il nodo centrale è che i dazi stanno alzando i costi senza ancora produrre i benefici promessi. L’obiettivo politico di una re-industrializzazione americana resta fragile: l’occupazione manifatturiera è leggermente scesa a circa 12,7 milioni di addetti, segno che protezionismo e reshoring non si traducono automaticamente in nuovi posti di lavoro. Nel frattempo, le distorsioni globali aumentano: la Cina devia export verso l’Europa, l’UE diventa più dipendente da importazioni a basso costo e le tensioni su overcapacity e dumping si intensificano. I dazi funzionano come leva geopolitica, ma introducono inefficienze che si riflettono su inflazione, catene del valore e allocazione del capitale.
E adesso?
Per il 2026 lo scenario più probabile è una economia USA ancora forte nel breve, ma con margini che si assottigliano. Se i dazi restano strutturali, il rischio è un mix di inflazione persistente, investimenti più cauti e conflitti commerciali latenti. I mercati sembrano già scontarlo: non una rapida inversione di rotta, ma una fase in cui il protezionismo diventa parte stabile del quadro macro. La vera prova sarà capire se questa strategia riuscirà a trasformarsi in capacità produttiva duratura o se resterà, soprattutto, un costo distribuito sull’economia globale.