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Un dollaro debole mette sotto pressione l'export europeo

3 min di lettura

Cosa è successo?

Nell'ultimo anno il dollaro americano è sceso del 14% rispetto all'euro. Per la prima volta in quattro anni, un euro vale 1,20 dollari: per le economie europee dipendenti dall'export verso gli Stati Uniti, un euro forte equivale a un dazio aggiuntivo che si somma al 15% imposto da Trump sui prodotti UE. Questa dinamica preoccupa i leader europei visto che gli Stati Uniti sono il nostro primo mercato per l'export e assorbono il 20,6% delle esportazioni comunitarie. La BCE sta monitorando l'apprezzamento della moneta unica, indicando che sarà uno dei fattori guida per le decisioni sui tassi nei prossimi mesi.

Perché è importante?

Un dollaro debole è un problema concreto per l'economia europea, strutturalmente dipendente dalle esportazioni. Quando l'euro si apprezza, i prodotti europei diventano più costosi per gli acquirenti internazionali. Il danno è anche duplice: si riduce la competitività sui mercati extra-europei e le importazioni cinesi diventano relativamente più economiche, dato che Pechino mantiene lo yuan quasi ancorato al dollaro. Infatti, l'euro è vicino ai massimi degli ultimi dodici anni contro la valuta cinese.
Per la Germania, locomotiva industriale del continente, il colpo arriva in un momento già difficile: l'export europeo soffre per gli alti costi di produzione, la concorrenza cinese, il costo dell'energia e i dazi americani. L'unico sollievo è che le tariffe USA colpiscono più duramente la Cina (47-50%) rispetto all'Europa (15%).
Per l'Italia, profondamente integrata nelle filiere tedesche, ogni contrazione dell'industria germanica si traduce in minore domanda di componentistica italiana. La Germania resta il primo partner commerciale (11-12% dell'export). Gli USA rimangono al secondo posto con un 6-7% e nel Q2 2025, l'Italia ha esportato oltre oceano 16,9 miliardi di beni con un surplus di 8,3 miliardi, trainato dal settore farmaceutico e i macchinari.

E adesso?

La BCE sta affrontando un dilemma. Per contrastare l'apprezzamento dell'euro, l'opzione più diretta sarebbe tagliare i tassi: rendere l'euro meno attraente per gli investitori alleggerirebbe la pressione sull'export e stimolerebbe l'economia, ma comprimerebbe ulteriormente i rendimenti per i risparmiatori. Per ora il consenso prevede tassi fermi al 2% per tutto il 2026, ma la situazione resta in evoluzione.
La vera questione strategica è un'altra. L'instabilità americana sta alimentando una fuga di capitali verso asset più sicuri con l'oro che ha superato per la prima volta i 5.000 dollari all’oncia. Questo "debasement trade", rappresenta un'opportunità storica per l'euro. Christine Lagarde ha evocato quest'estate un possibile "momento globale dell'euro", intuendo le crepe all'egemonia del dollaro. Secondo Bankitalia, l'Europa sta iniziando a beneficiare della diversificazione valutaria degli investitori internazionali. Il governatore della Banca D’Italia Fabio Panetta ha sottolineato che per la prima volta da decenni il ruolo centrale del dollaro è messo esplicitamente in discussione.
Il problema è che l'infrastruttura finanziaria europea non è pronta a cogliere l’occasione. Manca un'unione dei mercati dei capitali come proposta dal Report Draghi, capace di generare obbligazioni sufficientemente liquide da competere con i T-bills americani. Il debito comune europeo resta limitato alle emissioni legate ai programmi SAFE, NextGenerationEU e la Ukraine Facility. In totale equivalgono a €747 miliardi, appena il 2-3% dei 6-7 mila miliardi di dollari in T-bills USA. La finestra per aumentare la posizione dell’euro sul panorama internazionale rimane aperta,ma richiede una volontà politica che finora è mancata.

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