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Ucraina: Orbán blocca i fondi a Kiev e tiene in ostaggio l'Europa
Cos’è successo?
I leader europei si sono riuniti per il vertice del Consiglio europeo, che è stato segnato dal veto di Viktor Orbán sul prestito da 90 miliardi di euro all'Ucraina, ovvero i fondi che Kiev attendeva per sostenere la propria economia e il proprio sforzo bellico nel 2026 e nel 2027. Un'ora e mezza di discussione a porte chiuse non ha prodotto alcuna svolta. Orbán non si è mosso di un millimetro.
Il premier finlandese Petteri Orpo è stato il più diretto: “Orbán sta usando l'Ucraina come arma nella sua campagna elettorale, e non va bene. Avevamo un accordo”. Quello stesso accordo che Orbán aveva sottoscritto di persona, a dicembre, insieme a tutti gli altri ventisette leader. Il vertice si è concluso con una dichiarazione finale approvata da soli venticinque paesi, senza Ungheria e Slovacchia.
Perché è importante?
Il veto di Orbán non indebolisce solo l'Ucraina: indebolisce l'Europa come soggetto politico. Orbán blocca il prestito per 2 ragioni che si intrecciano:
- è in campagna elettorale e i sondaggi lo danno in svantaggio. Lo scontro con Bruxelles e Kiev è l'unico collante rimasto per la sua base;
- il pretesto del Druzhba e l’alleanza tacita con la Russia: Budapest sostiene che l'oleodotto (danneggiato a gennaio da un attacco russo e mai riparato secondo Kiev) sia già pronto a funzionare, e che l'Ucraina stia deliberatamente ostruendo il transito per provocare una crisi energetica che destabilizzi il governo ungherese prima del voto. Orbán ha trasformato questa disputa tecnica in una narrativa politica.
E adesso?
Ursula von der Leyen ha detto che si troverà un modo per sostenere l’Ucraina. Ma dietro questa dichiarazione, c'è un problema reale: Kyiv ha bisogno di quei fondi nelle prossime settimane, e nella migliore delle ipotesi bisognerà aspettare le elezioni ungheresi del 12 aprile. Merz ha proposto di passare alla maggioranza qualificata per evitare che si ripeta. È una proposta ragionevole, che circola da anni senza mai diventare realtà. Un'Europa che negozia con il ricatto invece di applicare le regole ha un problema più profondo di qualsiasi singola crisi. Orbán lo sa. Lo sfrutta. E per ora vince.