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Trump valuta 3 opzioni per la nuova escalation con l’Iran, mentre il petrolio già in rialzo sfiora gli 80 dollari al barile

Cos’è successo
Le dichiarazioni incendiarie di Donald Trump al vertice NATO in Turchia hanno immediatamente scosso i mercati energetici globali. All'apertura delle piazze asiatiche, le prime per motivi di fuso orario, il prezzo del petrolio ha registrato un rialzo per la terza seduta consecutiva: i future sul Wti avanzano dell'1,30% a 74,5 dollari al barile, mentre il Brent sale dell'1,23% e sfiora la soglia psicologica degli 80 dollari, attestandosi a 78,97 dollari, poco al di sotto della soglia degli 80. Questa fiammata è il contraccolpo diretto dell'annuncio del presidente Usa, che ha definito "terminato" il cessate il fuoco con Teheran dopo i raid aerei statunitensi sferrati per due giorni di fila nello Stretto di Hormuz, a cui Teheran ha risposto bombardando gli asset americani in Kuwait e Bahrein.
Come evidenziato dalla Cnn, il collasso dell'accordo di pace rischia di interrompere nuovamente le forniture globali in un punto di transito in cui transita un terzo del greggio mondiale via mare. Davanti alla promessa iraniana di una ritorsione su vasta scala contro le basi Usa nella regione, la Casa Bianca si trova ora a gestire una nuova crisi che sembra un'illusione ottica, in cui ogni mossa rischia di riportare la situazione al punto di partenza.
Perché conta
Per uscire da questo stallo strategico, l'amministrazione Trump sta vagliando tre opzioni principali, ciascuna però densa di incognite:
- Avviare una nuova, massiccia escalation militare, che potrebbe tradursi in campagne di attacchi aerei mirati contro le infrastrutture energetiche e le centrali elettriche iraniane, o – caso limite – in un'invasione terrestre dei distretti costieri per respingere le forze di Teheran dallo Stretto, oppure in un'operazione lampo per impadronirsi del vitale polo petrolifero dell'isola di Kharg (opzione già emersa durante la prima fase della crisi);
- Ripristinare il blocco economico totale contro navi e porti iraniani (o per meglio dire, il contro-blocco americano) revocando le deroghe alle sanzioni petrolifere concesse nel precedente memorandum d'intesa, sebbene i passati embarghi non abbiano mai condotto Teheran alla resa incondizionata;
- Accettando la realtà di uno Stretto di Hormuz conteso e iniziando una de-escalation morbida: toni pubblici via via più tenui, lasciando che la diplomazia lavori dietro le quinte e che i mercati globali si adattino ai nuovi e più alti costi di trasporto e dell'energia.
Adesso
L'evoluzione di questa crisi determinerà l'andamento dei prossimi mesi secondo tre distinti scenari geopolitici:
- A livello regionale l'inasprimento del conflitto innescherà una reazione a catena con attacchi di rappresaglia iraniani contro le basi militari Usa e gli impianti petroliferi dei paesi alleati del Golfo, ma tutto starà nel capire se la spirale resterà a bassa intensità o sfocerà di nuovo in guerra aperta;
- A livello internazionale, la Casa Bianca dovrà affrontare il ritorno dell'inflazione e l'impennata dei prezzi della benzina in patria proprio alla vigilia delle elezioni di metà mandato;
- L'Ue, con tutta probabilità, si troverà nuovamente esposta alla volatilità di una crisi energetica globale che colpirà le catene di approvvigionamento, costringendo Bruxelles a bilanciare la dipendenza strategica dagli Usa con la necessità di proteggere i propri mercati industriali dal rincaro delle materie prime.