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Trump e Putin scendono in campo per le elezioni ungheresi al fianco di Orbán

3 min di lettura

Cos’è successo?

A meno di tre settimane dalle elezioni ungheresi del 12 aprile, Viktor Orbán ha ospitato a Budapest il CPAC Hungary, la quinta edizione del forum conservatore internazionale. Tra i principali oratori: Alice Weidel, Santiago Abascal e Javier Milei. L'evento consolida il ruolo dell'Ungheria come hub politico dell'estrema destra sovranista europea, un progetto che Orbán persegue anche attraverso i Patrioti europei, il partito creato per federare la galassia anti-Bruxelles.

In questa occasione, Donald Trump ha inviato un messaggio di sostegno diretto a Orbán, dichiarando di condividere con lui "il desiderio di vincere". Nel frattempo, il Washington Post ha rivelato due documenti esplosivi:

  • un piano dell'intelligence russa per simulare un attentato contro Orbán per favorirlo alle elezioni;
  • accuse al ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó di aver aggiornato in tempo reale il suo omologo russo Sergei Lavrov sulle discussioni riservate del Consiglio europeo.

Il premier polacco Donald Tusk ha definito la presenza del presidente polacco Nawrocki al vertice di Budapest "un errore fatale". Il capo del Consiglio europeo António Costa ha segnalato a Orbán che è stata "superata una linea rossa".

Perché è importante?

Orbán non è più soltanto un problema interno all'Unione europea: è diventato un nodo di una rete di influenza che collega la Casa Bianca di Trump al Cremlino di Putin. Le rivelazioni sullo spionaggio di Szijjártó, se confermate, rappresenterebbero una violazione sistemica del principio di riservatezza tra i Ventisette, il pilastro su cui regge qualsiasi coordinamento diplomatico e di sicurezza dell'UE.
Orbán utilizza questo ruolo per bloccare dall'interno le decisioni più sensibili: il prestito da 90 miliardi all'Ucraina, il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, il fondo di 6,5 miliardi destinato al rimborso degli aiuti militari. La sua impunità non è accidentale: per decenni è stato protetto dalla CDU tedesca e dal Partido Popular nel Partito Popolare Europeo, e l'UE non dispone di meccanismi per espellere uno Stato membro né ha mai trovato la maggioranza per sospenderne il diritto di voto.

E adesso?

Il 12 aprile, le elezioni ungheresi diranno se il partito Tisza di Péter Magyar, ex membro di Fidesz, oggi in testa nei sondaggi, riuscirà a scalfire un sistema elettorale costruito su misura per proteggere la maggioranza di Orbán. Il margine è strettissimo: alcune migliaia di voti in una ventina di collegi potrebbero determinare l'esito. Ma la partita si gioca nel dopo-voto: diversi diplomatici europei e l'eurodeputato Daniel Freund hanno già sollevato pubblicamente il rischio che Orbán, in caso di sconfitta, rifiuti di riconoscere i risultati, con Trump pronto a congratularsi con lui comunque.

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