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Sui droni agricoli l'Italia è indietro di 6 anni rispetto a Francia e Germania

Cosa è successo
Per anni l'irrorazione aerea dei campi con i droni è rimasta vietata in Italia, confinata a deroghe sperimentali concesse a centri di ricerca con procedure incompatibili con i tempi operativi dell'agricoltura. Il 18 novembre 2025 è entrata in vigore la legge 182/2025, che all'articolo 6 ha introdotto per la prima volta, in deroga alla normativa vigente, la possibilità di procedere in via sperimentale all'irrorazione aerea di prodotti con sistemi a pilotaggio remoto.
La sperimentazione, destinata a durare fino al 2028, è stata preceduta da sperimentazioni regionali condotte con autorizzazioni caso per caso: l'Emilia-Romagna aveva testato l'irrorazione su cipolla, pomodoro e vite in tre province diverse; la Lombardia su vite in Valtellina e riso in Lomellina; nel Lazio il progetto Uav-Agrospayer, attivo dal 2021, aveva coperto circa 1,5 ettari per coltura su vite, frumento e olivo tra Sabina, Tarquinia e i Castelli Romani. Le sperimentazioni, come anche la cornice legale, ci sono, ma manca ancora il decreto attuativo. Quattro ministeri: Agricoltura, Salute, Ambiente e Trasporti, stanno lavorando al testo, con una scadenza iniziale di metà marzo saltata e una nuova stima a fine maggio 2026.
Perché è importante
I droni irroratori di nuova generazione portano fino a 40 kg di liquido per volo e consentono risparmi nell'uso di input chimici compresi tra il 20% e il 35% rispetto ai metodi tradizionali. Intervengono con precisione sulle sole aree bersaglio, riducendo lo spreco del prodotto rispetto alle irroratrici convenzionali. Permettono anche di operare su terreni in forte pendenza come i vigneti terrazzati, dove i mezzi meccanici tradizionali non entrano.
Sul mercato globale, il comparto dei droni agricoli vale oggi 2,63 miliardi di dollari e crescerà fino a 10,76 miliardi entro il 2030, con un tasso annuo vicino al 33%. Sul piano occupazionale, le stime indicano che nei prossimi anni saranno necessarie almeno 5.000 nuove posizioni lavorative per supportare la digitalizzazione del settore, a partire dalla figura del "dronista agricolo".
E adesso
I decreti attuativi sono in attesa. Entro fine maggio il governo dovrà definire quali colture sono ammesse, quali prodotti, con quali fasce di rispetto e quali requisiti per gli operatori. Una scadenza già slittata rispetto ai 90 giorni previsti dalla legge, con il rischio concreto di bruciare l'intera stagione agraria 2026 e di produrre un'applicazione disomogenea tra regione e regione.
Nel frattempo l'Italia resta indietro rispetto a partner europei che hanno già trasformato le deroghe in prassi ordinaria. Ad esempio, Germania e Francia operano con autorizzazioni permanenti sui terreni in pendenza dal 2020-2021.