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Secondo l'intelligence ucraina il 66% dei russi si considera in difficoltà finanziaria e l'80% ritiene inevitabile una grave crisi economica

Cos’è successo
I timori della popolazione russa per le conseguenze economiche della guerra si stanno ampliando. Lo ha rimarcato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in persona, annunciando in un messaggio video sui social l'acquisizione, da parte dell’intelligence di Kiev, di documenti interni russi relativi al monitoraggio dell'opinione pubblica all'interno della Federazione. Secondo il capo di Stato, il livello di preoccupazione tra la popolazione russa ha superato la soglia del 50%, un dato più alto rispetto a quello registrato durante l'incursione ucraina nella regione di Kursk.
Zelensky ha evidenziato che la maggioranza dei cittadini russi sta risentendo del conflitto anche a livello personale, sottolineando come il 66% degli intervistati definisca difficile la propria situazione economica. Inoltre, la percezione di una imminente e profonda crisi finanziaria nazionale è ormai diffusa tra oltre l'80% della popolazione. Per il leader ucraino questi parametri statistici costituiscono una prova evidente del fallimento strategico ed economico della politica bellica portata avanti da Vladimir Putin. Tuttavia, posta l'impossibilità di verificare questi dati in modo indipendente, il quadro macro e micro-economico russo è chiaramente molto più complesso.
Perché conta
Come spiega un’analisi condotta dal The Economist, l'economia di guerra russa mostra i primi segnali di rallentamento dopo quattro anni di crescita trainata dalle spese militari, ma le tesi su un collasso imminente o su una recessione già in atto appaiono premature.
- Il Pil ha registrato una lieve flessione dello 0,2% su base annua nel primo trimestre del 2026, un dato condizionato da fattori temporanei come l'aumento dell'Iva al 22% introdotto a gennaio e da un minor numero di giorni lavorativi rispetto all'anno precedente;
- Mosca continua a eludere l'efficacia delle sanzioni occidentali grazie all'aumento dell'interscambio commerciale con partner asiatici come India e Cina, sostenuta anche dal recente balzo dei prezzi del petrolio, a causa della crisi di Hormuz, che ha compensato i danni alle infrastrutture energetiche causati dagli attacchi ucraini;
- Gli indicatori interni rimangono stabili, con la disoccupazione vicina al minimo storico del 2%, l'inflazione dimezzata rispetto al picco del 10% e consumi interni che tengono, permettendo al Paese di prevedere una crescita del Pil intorno all'1% per l'anno in corso.
Adesso
- Sul fronte interno, scrive sempre l’Economist, Putin dispone ancora di ampio spazio di manovra fiscale per finanziare lo sforzo bellico attraverso l'aumento della tassazione, l’uso di fondi sovrani d'emergenza o, in ultima istanza, il prelievo forzoso dai depositi in rubli di imprese e cittadini;
- A livello internazionale, i negoziati per la risoluzione del conflitto in Ucraina attraversano una fase di totale stallo e sono stati declassati nelle priorità dell'agenda globale, ormai quasi completamente oscurati dalle ben più urgenti trattative tra Usa e Iran per la stabilità nel Golfo;
- Questa perdita di centralità diplomatica rischia di congelare le posizioni sul campo, lasciando la Russia in una condizione di isolamento strutturale rispetto ai mercati occidentali ma non sufficiente a piegarne la resilienza economica, a meno di un drastico e prolungato crollo del prezzo del greggio o altri shock difficili da prevedere.